Led Zeppelin – Houses Of The Holy

Sapete quando siete in gelateria e scegliete un gelato variegato? Beh è la stessa cosa se entrate in un negozio di dischi e chiedete Houses Of The Holy. Nel 1973 i Led Zeppelin hanno messo dentro questo album parecchi ingredienti che danno tanta varietà: il loro consolidato hard rock, il folk che tanto hanno sempre adorato, qualche scena funk sempre più presente ed ovviamente l’elemento visionario.

The Song Remains The Same apre il disco con una chitarra allegra e ritmata, abbastanza funky. Anzi molto. Poi un arpeggio ed una specie di effetto molla della chitarra distorta. Assolo sempre di sei corde e dopo un bel po’ Plant può cominciare a cantare: “I had a dream, crazy dream”. Non si tratta di Martin Luther King ma di un testo che parla di alcune cose belle della vita come i viaggi ed i posti belli del mondo.

Siamo in un bosco del Regno Unito o forse dell’Irlanda, chi può saperlo, seduti sotto un albero dalla chioma folta ed il tronco robusto. Questo è inoltrato abbastanza in profondità nella foresta. Forse non sa nulla di quello che succede al di fuori del bosco da quando è nato. E noi ci godiamo il riparo che ci offre perché piove. La natura offre uno degli spettacoli visivi più belli ed in cui si spoglia di più. The Rain Song con quel suo giro di chitarra acustica e di chitarra a dodici corde che si sovrappongono e della voce serena che trasmette Robert ci danno anche la sensazione che a pochi metri da noi ci sia un ruscello che lentamente si ingrossa, ed il suono delle gocce d’acqua ci rilassano ancora di più. È una pioggia non forte ma giusta. È l’esaltazione della natura. Il mellotron di Jones tra le due parti cantate esalta il tutto, sembrano archi ma attenzione, non lo sono. Una frase nel finale riassume questo che è un pezzo d’amore oltre ad esprimere esaltazione alla pioggia: “Upon us all, upon us all a little rain must fall”. Per tanta armonia non bastano due chitarre, Page impugna anche la classica elettrica a sei corde e John Paul suona anche il piano. Il folk ed il rock fusi a freddo dagli Zep hanno dato vita ad un immaginario incredibile. La musica e la natura uniti all’unisono.

Dancing Days racconta di danze? E allora ecco che il riff di chitarra sembra davvero ballare. L’immaginario va ad una festa pagana di sera con un falò al centro e tutti che ballano intorno. Il sound ad un certo punto diventa quasi una tarantella per esprimere questa visione di festa del popolo e di canti oltre che di danze: “Dancing days are here again
as the summer evenings grow”.

Il surrealismo prende forma. Uno strano sfondo dalle curvature viola e lilla apre No Quarter. L’immagine che si crea è quello dello screen saver di un computer con uno sfondo nero e dei vortici colorati che si muovono lentamente. Ci troviamo in un’altra dimensione dove forse il tempo non esiste più e tutto questo è creato dal giro di piano elettrico con phaser che comincia il brano con un effetto “acqua che si muove”. Poi un giro di chitarra con un sound abbastanza goffo e la voce graffiante e roca di Plant. C’è tanta lentezza che volendo rilassa ma non lascia proprio una pace profonda. In fondo si ode un senso di inquietudine. Il mondo in cui ci siamo catapultati è sereno o lo è solo apparentemente? Il testo ci aiuta: Thor, la morte ed il diavolo compaiono nel cantato. Poi un solo di pianoforte che ben si amalgama al contesto vibrante del sound di sottofondo. Dopo c’è il solo di chitarra che ancora va ad esacerbare questo senso di ovattamento. Finale sfumato… Ovviamente. Superba anche la versione live.

Onirica è anche la copertina dell’album, spesso oggetto di censura. Il grafico montò un fotomontaggio immortalando su pellicola due bambini biondi nudi tra le pietre del Selciato del gigante in Irlanda del Nord. Passò il lavoro all’aerografo e moltiplicò il numero dei soggetti sulla copertina: 6 sul fronte, 5 sul retro. Il significato resta come i Led Zeppelin stessi: un mistero.

Track-list:
Lato A
01. The Song Remains the Same
02. The Rain Song
03. Over the Hills and Far Away
04. The Crunge
Lato B
01. Dancing Days
02. D’yer Mak’er
03. No Quarter
04. The Ocean

Line-up:
Jimmy Page – chitarra acustica, elettrica, steel, cori
Robert Plant – voce, armonica a bocca
John Paul Jones – organo, basso, cori
John Bonham – batteria, cori

Anno: 1973
Etichetta: Atlantic Records
Voto: 9/10

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