Smell of Grunge – La scena di Seattle e i suoi dischi

Dall’iconico Nevermind (1991) dei Nirvana al boato ruvido dei Mudhoney, dalle atmosfere oscure degli Alice in Chains all’introspezione lirica dei Soundgarden. Da chi ha preconizzato il “Seattle sound”, come gruppi del calibro di Skin Yard, Melvins e Green River all’operato visionario dell’etichetta discografica Sub Pop Records, che più di ogni altra ha creduto nelle band citate. C’è tutto questo, e molto altro, nel saggio Smell of Grunge – La scena di Seattle e i suoi dischi, scritto ottimamente a quattro mani da Alessandro Cancian e Giacomo Graziano.

Proprio quest’ultimo spiega come è nato il volume. “Principalmente dalla passione verso un movimento, il grunge, che ci ha formato sia musicalmente che nelle attitudini. Il nostro intento era ripercorrere l’epopea della scena, omaggiando gli album che hanno contribuito alla nascita, allo sviluppo e al successo con la speranza che anche un solo disco potesse incuriosire ed avvicinare nuove generazioni. Questo grazie anche al taglio manualistico che permette di essere consultato per band o per singolo disco, senza mutarne la narrazione”.

Per alcuni, la breve stagione del grunge portò alla più grande rivoluzione musicale e discografica degli anni Novanta, per altri fu una semplice, seppur ispirata, rivisitazione del rock degli anni Settanta, per altri ancora è stato la chiusura ideale verso il mainstream di un percorso cominciato da piccole etichette e band indipendenti lungo tutti gli anni Ottanta. A ciascuno il “suo” grunge, insomma. Con ogni probabilità, il grunge è stato tutte queste cose messe insieme. Di certo, non sarebbe mai esistito senza Seattle, la più grande città dello Stato di Washington e che, quasi per paradosso, ospita le sedi di big tech come Amazon e Microsoft nella sua area metropolitana.

Così, oltre a recensire e ad approfondire i dischi che hanno definito l’estetica degli anni Novanta (abbiamo citato Nevermind, ma la lista è lunga), Smell of Grunge si spinge più in profondità, offrendo al lettore spunti sul contesto socioculturale in cui il movimento musicale è nato e proliferato. Per meglio capire la rabbia e la poesia nascosta tra quei riff di chitarra distorti e saturi, tra quelle voci straziate che urlavano il disagio di un’intera generazione. “Abbiamo lavorato al saggio per ben tre anni, tra libri, studio, ricerche e tanto tempo dedicato all’ascolto, che poi è stata la parte più divertente. Dopo aver compilato la lista con i dischi da recensire, con Alessandro è iniziato un processo continuo di scrittura contraddistinto da scambi e aggiustamenti, che ci ha consentito di interpretare e parlare sia al lettore esperto, sia a chi, per la prima volta, si avvicina alla scena musicale di Seattle”.

Quindi Graziano torna sul “senso” del grunge. Questo movimento si è imposto con un’estetica trasandata e autentica che sfidava l’edonismo degli anni passati, presto divenne stile di vita e simbolo di resistenza contro schemi e aspettative. Parlava un linguaggio con cui un’intera generazione si sentiva rappresentata ma soprattutto capita”. Ma è stato anche un fenomeno socioculturale? “Certamente, e a volte anche politico, aprendo le porte ad altre forme di arte come fanzine, fumettisti e fotografi, finendo per ispirare anche il mondo del cinema. Il grunge ha combattuto battaglie contro il caro-biglietti o le leggi contro l’aborto, ma soprattutto ha avuto il merito di portare e sostenere tante donne sul palco fino ad allora quasi del tutto emarginate, un evento significativo e forse anche l’ultima rivoluzione culturale”.

Proseguendo, chiediamo a Graziano quali sono, secondo lui, i dischi grunge “imprescindibili”. Pronta la risposta. “Nevermind è l’album spartiacque che porta il rock alternativo al mainstream. Dirt degli Alice in Chains è un capolavoro dall’animo oscuro, frainteso e malinconico di una bellezza disarmante, mentre Badmotorfinger dei Soundgarden è il disco che più di tutti mostra la vera essenza della band e definisce il suono della seconda ondata“.

E tra quelli meno noti? “Ti direi Primal Rock Therapy dei Blood Circus che nella loro poco fortunata carriera hanno saputo regalare momenti musicali schietti e furiosi, Rehab Doll dei Green River, che mescolava elementi punk, hard rock e glam, punto di partenza per conoscere la genesi di una scena che sarebbe diventata leggendaria. Concedimi di aggiungere un paio di nomi di band, oltre ai Mudhoney, quintessenza del suono di Seattle, per riscoprirne le origini: i precursori Skin Yard di Jack Endino e i Gruntruck di Ben McMillan, cantante di entrambe le formazioni”, chiosa Graziano.

Autore: Alessandro Cancian e Giacomo Graziano
Anno: 2026
Editore: Arcana Edizioni
Pagine: 392
Prezzo: 19,50 €

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