Korn – The Nothing

Inaugurare un genere è spesso un’arma a doppio taglio: espone a (talvolta) insoddisfabili aspettative dei fan e, album dopo album, scopre il fianco alle critiche tanto di questi ultimi che degli immancabili detrattori laddove fallisse l’impresa (non sempre possibile) di superarsi.  A rendere la vita ancora più difficile aggiungiamo il bisogno di esprimersi – magari anche – artisticamente, facendo al contempo i conti con la pretesa del mercato di  “cristalizzare” una sonorità con la canonica sfilza di etichette che stanno sempre un po’ strette.

È un po’ ciò da cui sono dovuti passare, tra i tanti, anche i Korn: e la loro tredicesima fatica (13 tracce uscite il giorno 13 dello scorso settembre) ci accompagna attraverso il nulla insondabile, infinito e incomprensibile. Come quel Nulla impietoso e vorace di Michel Ende, alla cui Storia Infinita questo concept si ispira, trovando la tenacia e la forza d’animo cui appellarsi per vincere le battaglie più difficili.

Jonathan Davis e compagni, nell’ultimo quarto di secolo, ne hanno passate tante: crisi mistiche, malattie del sangue, una rissa tra il pubblico di un concerto finita davvero male; ma anche collaborazioni importanti, distorsioni, deviazioni più e meno imprevedibili dal tracciato originario. Poi il bisogno di tornare sui propri passi, probabilmente maturato all’indomani di alcuni “scivoloni elettronici” finiti in The Path of Totality (2011).

I tre quarti d’ora di The Nothing scorrono senza particolari intoppi. Recuperata la pulsante oscurità di The Serenity of Suffering (2016), i riff di Brian “Head” Welch e James “Muncky” Shaffer (ad esempio in Idiosyncrasy) cercano palesemente di ritornare all’immediatezza stilistica dei Korn di fine anni Novanta. L’esperimento sonoro diventa più convincente nella breve ma intensamente (e cupamente) cantilenante The Seduction of Indulgence, per poi riammorbidirsi melodicamente (ma anche “riammorbarsi” di bassi distorti) in The Ringmaster, nelle interessanti digressioni di Gravity of Discomfort o nei vocals demoniacalmente ingegnerizzati di H@rd3r.

Insomma, se già all’uscita di Cold e You’ll never find me si intuiva che ci saremmo potuti trovare dinanzi a un lavoro esecutivamente coerente e ben strutturato, è sul piano contenutistico che riscontriamo un saldo allineamento alle tematiche oscure, più e meno consce, tipiche del gruppo di Bakersfield – anche se, questa volta, gli intrecci biografici vanno ben oltre l’apparente (e confusa) trascrizione di qualche seduta psicanalitica.

Se già la “follemente addolorata” visceralità di Davis è uno dei tratti distintivi del sound della band, stavolta le lacrime che accompagnano le cornamuse finali della prima traccia (The End begins) e che ritornano nel brano conclusivo (Surrender to Failure) lo rendono ancora più vero, perché scaturite dalla difficile rielaborazione del lutto per la (ex)moglie Deven (deceduta –pare per overdose – nel 2018) e soprattutto perché rese con un’autenticità che niente ha a che vedere con la spettacolarizzazione del dolore da web 3.0. Coloro che assistettero alla prima esibizione live dei Korn dopo la morte di Deven (data tra l’altro coincidente con il 20° anniversario di Follow the Leader) ricordano col nodo alla gola il pianto in cui Jonathan scoppiò mentre intonava 4U: “Scusatemi – si giustificò – era la sua preferita”. Per gli aficionados, questa intensità espressiva (amplificata dalla maturazione della tecnica vocale in oltre vent’anni di attività, come emerge anche da brani apparentemente minori quali This Loss), è forse il principale elemento in grado di sovrapporsi perfettamente ai fasti di Follow the leader e Issues, diventando l’approdo sicuro da cui riprendere, in modo attuale e non ridondante, un “discorso” interrotto tanti, troppi anni fa.

Tracklist:
01. The End Begins
02. Cold
03. You’ll Never Find Me
04. The Darkness Is Revealing
05. Idiosyncrasy
06. The Seduction of Indulgence
07. Finally Free
08. Can You Hear Me
09. The Ringmaster
10. Gravity of Discomfort
11. H@rd3r
12. This Loss
13. Surrender to Failure

Line up:
Jonathan Davis – voce
Brian “Head” Welch – chitarra
James “Munky” Shaffer – chitarra
Reggie “Fieldy” Arvizu – basso
Ray Luzier – batteria

Anno: 2019
Etichetta: Roadrunner Records
Voto: 8/10

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...