Donne del Rock: Alanis Morissette

A venti anni di distanza le hanno attribuito (tra i tanti) il merito di aver composto l’album più femminista degli anni Novanta. E – sarà un caso? – dal 1999 Ottawa le ha dedicato una giornata (sancita dalla consegna simbolica delle chiavi della città) che cade proprio l’8 marzo, facendola diventare una sorta di eroina canadese. E dire che la questione femminile è solo una delle tante ingiustizie a cui ha dato voce…

Alanis Nadine Morissette nasce il 1° giugno 1974 in Canada, a Ottawa – tre anni dopo Chad Morissette e dodici minuti dopo Wade Morissette – dal signor Alan Morissette (franco-canadese di ascendenze irlandesi, preside di una scuola superiore) e da sua moglie Georgia (insegnante di origini magiare). Il padre avrebbe voluto darle una versione femminile del proprio nome che fosse più aggraziata di Alannah; optò così per l’esoticheggiante Alanis, che però è anche un termine greco contemporaneo: significherebbe infatti “Parcheggio custodito” e, per quanto tale significato non sembri esattamente consono a celebrare l’arrivo di una piccolina in famiglia, tanto è bastato in passato per alimentare una bizzarra fantasia circa le origini mediterranee della cantante.

Comunque, per Alanis e Wade la vocazione musicale è precoce e subito apprezzata dai genitori, che cercano di sostenerla e alimentarla al massimo delle loro possibilità. Ma mentre Alanis, tanto determinata quanto sensibile e fragile (al punto da iniziare a soffrire precocemente di disturbi alimentari), sente che il proprio destino è in qualche modo segnato, Wade (pur restando molto legato alla gemella, al punto da definirla “one of the biggest influences in my life“) durante la crescita convoglia l’attitudine musicale nello studio dello yoga, del sanscrito e dei canti vedici, riscoperti poi in età adulta come sue principali vocazioni professionali. Wade l’affiancherà dunque solo per alcuni anni, cioè fino a quando Alanis (dopo lo studio di danza e primi rudimenti del jazz a 7 anni, e la composizione della sua prima canzone, Fate Stay With Me, a 11 anni) proverà per la prima volta a “fare sul serio” grazie al supporto di un amico di famiglia a cui i genitori si erano rivolti per entrare nei “giri” giusti. Alanis e Wade hanno 10 anni quando superano insieme le audizioni per lo show per bambini  You Can’t Do That on Television (girato proprio a Ottawa): partecipano insieme alla prima stagione, poi le loro strade si dividono.

Con i proventi di questa prima esperienza nel mondo dello spettacolo Alanis decide di autoprodurre il suo accattivante (e un po’ profetico) primo singolo, cioè Fate Stay With Me (1987): ha solo 13 anni, ma sono abbastanza per essere notata da Stevan Klovan che, l’anno dopo, le fa cantare l’inno nazionale all’inaugurazione dei campionati mondiali di pattinaggio di figura.

Con l’ingresso nell’adolescenza per la piccola artista le cose si complicano. Ancora molto inesperta della vita, Alanis (che solo molti, molti anni dopo riconoscerà di aver riconosciuto troppo tardi i sintomi di una forte predisposizione per la “la dipendenza dal lavoro, la dipendenza dall’amore e la dipendenza dal cibo“, aggiungendo di essere rimasta in vita solo grazie al supporto terapeutico e farmacologico cui ha fatto poi ricorso in extremis, da adulta) resta precocemente affascinata dalla figura di Leslie Howe, all’epoca militante negli One To One. Un anno dopo, mentre per i “grandi” è una quattordicenne modello della Glebe High School di Ottawa, nel suo intimo si sente lanciatissima nel mondo discografico, proprio grazie alla nascente collaborazione Leslie, con cui impara a comporre musica. Inizia un periodo caratterizzato da frequenti viaggi a New York motivati dagli appuntamenti con i dirigenti delle principali case discografiche (tra cui Scott Welch) nonché dal suo primo concorso canoro (il giovanile Star Search di Los Angeles, in cui non passa nemmeno il primo turno): tutte “occasioni” procurate proprio da Leslie. Alanis ne resterà segnata al punto da sentire il bisogno di parlarne nel suo quarto album (Supposed Former Infatuation Junkie, del 1998). Ma secondo alcuni fan tornerà indirettamente sull’argomento anche nel 2002, con la canzone Hands Clean (che, no: non c’entra con le precauzioni anti-Covid19, come è stato scritto alcuni mesi fa da qualche malinformato…). Intervistata in merito a certi versi dolorosi e inequivocabili della canzone, Alanis dichiarerà: “[…] parlava di uno stupro che ho subito da adolescente. A guardare indietro, molte canzoni che ho scritto erano un tentativo di capire quello che mi era successo e di guarire quella ferita. Negli anni poi ho fatto tanta psicoterapia per tornare ad appropriarmi di una sessualità sana, è stato un percorso lungo e difficile. E oggi, con il movimento del #MeToo sono felicissima di come stanno cambiando le cose.” Precisando poi, in merito al misterioso uomo che “se ne lavò le mani” dopo averla sedotta e abbandonata: “Non ho desideri di vendetta, solo di guarigione.“. Per i fedelissimi di Alanis, però, non ci sono dubbi: la persona che l’avrebbe circuita con un “Just make sure you don’t tell on me, especially to members of your family/ […] I might want to marry you one day if you watch that weight and keep your firm body” e a cui lei rittee, anni dopo, con: “no one knows except the both of us/ And I have honored your request for silence/ And you’ve washed your hands clean of this” era proprio Leslie.

Comunque siano andate le cose, nel 1990 Alanis firma il suo primo contratto discografico: la MCA Records accetta di produrre un album (smaccatamente) pop imponendole di accreditarsi come Alanis e basta per evitare confusioni con la connazionale Alannah Myles. Un prezzo accettabile per arrivare – come poi accadde – al doppio disco di platino (1991), alla top ten dei dischi canadesi (con il singolo Too Hot), nonché ai Juno Award dei 1992 con due candidature (Singolo dell’anno, Miglior album dance) e persino un premio (Voce femminile più promettente). Fu però una gloria breve: con il flop del secondo album (Now Is The Time, 1992) la MCA fece dietrofront, costringendo Alanis a ricominciare daccapo.

Nel 1993 intraprende una serie di trasferimenti sperando di rientrare in qualche giro giusto. Inizia con Toronto ma si dirige presto negli USA: prima Nashville, nel Tennessee, e poi il suo “ultimo tentativo” (che ricorderà in Unprodigal Daughter, nel 2002 ) a Los Angeles, dove finalmente trova la persona che fa al caso suo. Con Glen Ballard (già sentito? Probabile: ha prodotto Annie Lennox, Ringo Starr, Barbra Streisand, The Corrs, Michael JacksonElisa!…) scrive e registra in 20 minuti il singolo Perfect, primo e unico pezzo che realizzano per intero a quattro mani. I seguenti Alanis li scrive su carta appuntando le sensazioni reali e le esperienze vissute nella sua seppur breve esistenza. Privata del prezioso blocco durante uno sfortunatissimo scippo, Ballard la esorta a ricominciare appellandosi al massimo alla propria emotività: è l’inizio della fortunata e caratterizzante produzione autobiografica della Alanis che conosciamo oggi. Ballard e la Morissette, inizialmente incontratisi per realizzare un altro disco dance-pop, capiscono velocemente che la direzione giusta da prendere sarebbe dovuta essere decisamente più grintosa e trasgressiva: in una parola, più rock. Fu così che, in un flusso ininterrotto di scrittura e (immediata) registrazione, nasce Jagged Little Pill. Questa è quindi la storia dietro a You Learn, Head over feet, You Oughta Know e altri piccoli capolavori del rock alternativo in cui milioni di (più e meno arrabiati) adolescenti di tutto il mondo non hanno esitato a identificarsi. Ma non prima di aver individuato la casa discografica giusta: “Ero in contatto con cinque etichette discografiche, ma stavo rimandando la questione del contratto perché non mi sentivo vicina a nessuna di esse. Abbiamo proposto il disco a molte persone, ma abbiamo fallito: non so se attribuire le difficoltà che ho incontrato al fatto che fossi giovane, al mio sesso, o alla mia natura – a volte fin troppo altruista e poco ferma e convincente. Poi ho conosciuto Guy Oseary, A&R della Maverick, e ne ho apprezzato il senso artistico. Alla fine ho scelto proprio la Maverick perché era l’etichetta che mi lasciava la libertà artistica di cui avevo bisogno.” Le difficoltà a interfacciarsi con le varie etichette – di cui parla, tra l’altro, nello stesso album in Right Through You – si risolvono, forse non a caso, con la Maverick Records… d’altronde, l’ha fondata Madonna: chi più di lei avrebbe potuto apprezzare un linguaggio diretto e senza censure?

Jagged Little Pill (1995) sembra da subito destinato al successo internazionale. L’esordio nel Billboard sembra timido ma il successo radiofonico e televisivo di You Oughta Know (di cui Alanis, quasi vent’anni dopo, rivelerà: “L’ho scritta in 20 minuti, una canzone molto ‘fisica’ ed esplicita. Non ho mai detto di chi parlava perché non mi sembra corretto: è giusto cantare di risentimento, ma non sono una grande fan della vendetta“) è solo l’inizio di “botto” a breve superato da Hand In My Pocket e All I Really Want per poi culminare nella famosissima Ironic. E con You Learn, e Head Over Feet, che seguono subito dopo, Jagged Little Pill non si schioda dalla classifica per almeno un anno: sedici milioni di copie vendute negli USA e trenta milioni in tutto il mondo, un tour di oltre un anno che inizia nei piccoli club e finisce negli stadi, la Morissette è ora oggetto di attenzioni da parte della stampa di tutto il mondo.

Purtroppo non riscuote solo successi. La giovane età, i testi fin troppo adulti e una “gavetta” poco consistente (almeno: quella da rocker) inducono molti critici a ipotizzare che il personaggio sia artefatto, costruito a tavolino (come la fondatrice della sua major, tra l’altro…): in poche (e cattivissime) parole, “non abbastanza autentica”. Alla soglia dei quarant’anni questo aspetto, nei ricordi della cantante, lascerà ancora un sapore amaro: “Sono sempre stata un’ottima osservatrice e da un momento all’altro sono passata dall’essere quella che stava in un angolo a scrutare gli altri e a perdersi nel suo mondo interiore a quella che tutti guardavano. Pensavo che la fama sarebbe stata come un abbraccio, che significasse conoscere tanta gente, diventare amica di altre persone famose, essere sostenuta. Ma di fatto mi ritrovai molto isolata, molto sola. Oggi è tutto più facile per me, riesco a gestire la fama, ma se potessi dare un consiglio alla me stessa ventenne le direi di investire di più nell’amicizia: sei sempre un essere umano anche se gli altri ti trattano in modo diverso“.

Alanis, incredula e confusa, cerca allora di riprendersi allontanandosi per un po’ dalle scene, focalizzandosi maggiormente su se’ stessa dal punto di vista psico-fisico (tra le altre cose, partecipa a una gara di triathlon per testare la sua resistenza) e, soprattutto, fuggendo lontano. In India, per la precisione. E solo lì recupera la sua originaria vocazione (sì, perché era arrivata a pensare di mollare tutto) e ricomincia a creare.

Peccato che l’attesissimo Supposed Former Infatuation Junkie (1998), discograficamente parlando, si riveli un flop – nonostante la prima posizione nella classifica del Billboard e il record di copie vendute in una sola settimana da una voce femminile (verrà superato solo nel 2000 dall’album Oops!… I Did It Again  di Britney Spears). Le critiche severe di alcuni addetti ai lavori non impediscono comunque ad Alanis di iniziare a collezionare premi e nomination (l’anno dopo ottiene infatti due Grammy Awards -“Best Rock Song” e “Best Female Rock Vocal Performance” – con la canzone Uninvited – e la nomination del singolo Thank U per la “Best Female Pop Vocal Performance”) o di uscire poco dopo con un album acustico (MTV Unplugged) che riconquisterà velocemente la fetta più “delusa” dei suoi fan.

Alanis si sente ora arrivata. Il regista Kevin Smith, suo grande fan, la contatta per assegnarle uno dei ruoli principali del satirico ( e ormai irreperibile) Dogma e lei declina: preferisce comparire in un ruolo minore (nientepopodimeno che… Dio!). Può darsi non si senta ancora pronta per la recitazione, ma nell’arco di pochi anni ci prenderà letteralmente gusto, comparendo anche in serie tv (Sex and the City) e in teatro (The Vagina Monologues).

Acquisita una maggiore consapevolezza di sè, la Morissette inizia a spendersi pubblicamente per le grandi cause sociali che ha sempre avuto a cuore. La prima occasione utile arriva nel 2000, con il suo One Tour che – super scortata – le consente di raggiungere l’Europa e il Medio Oriente e immergersi nelle loro antiche culture. Chiuderà in bellezza l’esperienza con un’esibizione acustica dinanzi al Museum of Tolerance di Los Angeles. E tornando poi nella vecchia Europa, al cospetto di oltre trecentomila giovani arrivati a Roma per il Giubileo indetto da Papa Giovanni Paolo II, per un concerto dedicati agli ultimi, ai poveri, a tutti coloro che ancora attendono maggiore giustizia sociale.

Forse sulla scorta di tutte queste emozioni, nel gennaio 2001 Alanis inizia a comporre un brano, Utopia, inizialmente destinato al suo successivo album (Under Rug Swept, 2002). Ma dopo i fatti dell’11 settembre – a cui non vuole restare indifferente – lo fa uscire anticipatamente come singolo, esprimendo anche via web la sua speranza per un mondo libero da colpe e paure (“We would breathe and be charmed and amused by difference/Be gentle and make room for every emotion“) e in cui ciascuno trovi spazio per le proprie emozioni. L’Under Rug Swept Tour diventerà anzi l’occasione per trasformare le proprie esibizioni in spettacoli di beneficenza a favore tanto delle vittime degli attacchi dell’11 settembre a New York che dei rifugiati del conflitto in Afghanistan. Seguirà la sua partecipazione al Goundworks di Seattle per raccogliere fondi contro la fame nel mondo, allo show Jane Eyre di Broadway (acquistando biglietti per un totale di 150.000 dollari) a favore delle associazioni giovanili locali e ad altre attività che le faranno conseguire, nella successiva Giornata Mondiale dei Diritti Umani ,il Global Tolerance Award delle Nazioni Unite.

Con Under Rug Swept (2002) la Morissette si mette ulteriormente alla prova (non avvalendosi del buon Glen), e vince: un Juno Award come miglior produttrice dell’anno, innanzitutto; e poi, una maggiore serenità: che non è poco visti i suoi trascorsi. I testi si fanno meno agitati mentre i lunghi capelli da amazzone selvaggia iniziano a essere portati un poco più corti. Le viene proposto un ritorno al teatro: questa volta, in un’opera Off-Broadway, The Exonerated (in cui, l’anno successivo, interpreterà una condannata a morte salvata dalla propria innocenza). Dulcis in fundo, alla festa di compleanno per i 27 anni di Drew Barrymore conosce l’attore Ryan Reynolds ed è amore a prima vista.

La nuova Alanis è ora più calma, riflessiva… e ironica. Ai canadesi Juno Award del 2004 prende le difese di Janet Jackson, impietosamente inveita dalla stampa per uno strip, parodiandola con un’esilarante tutina aderente color carne (e un più aggressivo capello corto). Improvvisamente denudatasi dinanzi al folto pubblico, ne scioglierà altrettanto velocemente la tensione; subito dopo la constatazione dell’artificialità del suo look adamitico (inclusivo di esuberanti capezzoloni e annessa foresta pubica) seguirà infatti una tale risata collettiva liberatoria che a poco servirà l’invito a scendere dal palco per la “mancata autorizzazione” ad esibire un tale costume in tv. Lei, comunque trionfante, obbedirà, ma non prima di aver declamato: “Viviamo in una terra, il Canada, dove ancora pensiamo che il corpo umano sia bello e dove non abbiamo paura del seno femminile“.

Nello stesso anno la Walt Disney la coinvolge nella realizzazione della colonna sonora di Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio, per il quale comporrà Wunderkind, scritta dal punto di vista della giovane Lucy Pevensie . La conseguente nomina – pur senza vittoria – ai Golden Globe sarà una piccola consolazione dopo la pessima promozione del suo Feast on scraps Tour (2003) e la poco pubblicizzata uscita dell’album So-called Chaos (2004), per lei tanto importante come testimonianza del suo radicale cambiamento interiore (ed esteriore: si vedano le sforbiciate alla chioma affrontate in diretta nel video di Everything).

Ha comunque molto altro a cui dedicarsi: una nuova versione (acustica) di Jagged Little Pill; un pregevole cameo in De-Lovely, dedicato a Cole Porter; la partecipazione alla No Excuse Campaign di MTV (in collaborazione con le Nazioni Unite) contro la fame nel mondo e per una società più giusta; e poi, tanti progetti personali, che trapelano più e meno esplicitamente dalle interviste rilasciate da lei o da Ryan: matrimonio in vista, ma discreto, a New York; no, meglio qualcosa di più misticheggiante, in India; dietrofront: il matrimonio può aspettare: nel frattempo si adotterà un bambino… e infine… niente matrimonio, niente adozione, niente di niente. Con non poco stupore la notizia rimbalza dai fan club alla stampa: Ryan e Alanis (tanto convinta che questo nuovo partner 100% canadese non l’avrebbe delusa come i precedenti americani) nel 2007 si lasciano.

Alimentata dal nuovo dolore emotivo Alanis porta a compimento un album che i fan aspettavano da tre lunghi anni: Flavors of Entanglement (2008), esce praticamente mentre Ryan porta all’altare Scarlett Johansson, e si rivolge a lui in brani come Torch e la toccante Not as We (nel cui video i lunghi capelli tornano a incorniciare il viso). Stavolta, però, tornare al rock (seppur in chiave più elettronica) non le basta. E, forse anche come atto catartico, annuncia l’intenzione di pubblicare una sorta di diario virtuale, a metà tra il libro e il blog: “Ho sempre voluto scrivere un libro […] É da un sacco di tempo che voglio farlo, ma non m’interessa fare un’autobiografia. Certo è una cosa che fa un po’ paura: ho il terrore di mettere tutto in un solo contenitore. Una cosa è scrivere una canzone da tre minuti, un’altra è scrivere un libro da 200 o 250 pagine”. Questo contenitore in realtà non verrà mai colmato, ma per una buona ragione.

Decisa a non ricadere un’altra volta negli stessi errori, Alanis inizia un percorso di consapevolezza interiore che si rivelerà doppiamente propizio. Infatti, proprio durante un meditation gathering di Los Angeles a cui partecipa nello stesso 2008, inizia una prudente ma approfondita conoscenza di Souleye (Mario Treadway), giovane rapper che, a quanto pare, condivide simili problemi e identica voglia di superarli: “In realtà, come tutti gli ex tossici, non si finisce mai di guarire. Non è un’assuefazione molto diversa da quella per le droghe o l’alcol: si mettono in moto processi chimici nel nostro organismo. Nella dipendenza dall’amore c’è uno che è dipendente e l’altro che è “evitante”. Ci si mette in questa condizione per cercare di stare meglio, ma alla base c’è il desiderio di evitare alcuni sentimenti. […]. Uscirne è stato difficilissimo – spiega Alanis durante un’intervista – […] c’è sempre una dose di sofferenza dopo la fine di una storia d’amore, ma ciò che provavo io andava al di là del lutto sentimentale, era qualcosa di molto più profondo. Così ho cominciato a fare delle ricerche e mi sono imbattuta in questa donna fantastica, Pia Mellody, che sul tema ha scritto un libro. Con lei e attraverso il lavoro su me stessa sono riuscita a uscire da quelle dinamiche negative“. In tutto questo, l’incontro con il suo futuro marito sembra davvero provvidenziale: “A lui ho raccontato tutto di me, ci aiutiamo a vicenda. Se hai subito un trauma e puoi partecipare al vissuto dell’altro, cominci a guarire. Tanti pensano che sia l’infatuazione a tenere insieme le persone, ma nel nostro caso è l’impegno a fare insieme un percorso di guarigione e condividere la stessa scala di valori. È un gran lavoro ma è appassionante e alla base si crea un’amicizia vera

La loro relazione verrà ufficializzata un anno dopo. E, stavolta, sembra davvero che sarà per sempre” l’intesa tra i due si percepisce a pelle ed è corroborata dalla condivisione profonda di valori (come nel “pulsante” video di Underneath, che si conclude con il motto gandhiano “You must be the change you want to see in the world” proposto in chiave ecologista).

Anche il rinnovato successo musicale sembra confermarle di essere sulla giusta via: Havoc and Bright Lights (2012) nella prima settimana di uscita è l’album più venduto al mondo. Segue una (ormai rarissima) collector edition per il venticinquennale di Jagged Little Pill e un’ulteriore celebrazione teatrale (Broadway) dell’album che la rese famosa a livello internazionale.

Arrivano anche i tanto sospirati figli: il primogenito Ever (il giorno di Natale del 2010), la secondogenita Onyx (il 23 giugno del 2016) e infine il piccolo Winter (che, a dispetto del nome, nasce l’8 di agosto 2019). Ma non è tutto oro quello che luccica e, fedele alla consolidata “attitudine” a tener tutto dentro, Alanis lo rivelerà – anche a se’ stessa – con qualche anno di ritardo.

A dirla tutta, qualcosa di inspiegabilmente strano era stato notato dai più accaniti fan già da tempo: infatti, un’anomalo appesantimento espressivo e corporeo – diverso dagli “ammorbidimenti” che spesso seguono alla gravidanza – l’aveva resa quasi irriconoscibile agli occhi di quanti la seguivano dai tempi di Ironic. La particolare condizione di sofferenza aveva però un nome: depressione post-partum.

Quando Alanis deciderà di riconoscerla e affrontarla (“É come sentirsi ricoperti di catrame restando sott’acqua“) non esiterà a condividerla anche con quante ancora la subiscono in silenzio: “[…] tante la vivono e poche ne parlano: c’è ancora molta strada da fare. Io ne ho sofferto dopo […] i [miei] parti; nel mio caso questa sofferenza si sommava al fatto che stavo invecchiando. Ho deciso di parlarne perché vorrei che le donne che vivono questa condizione sapessero che non sono sole. Per me la soluzione è stato un approccio multiplo: esercizio fisico e psicoterapia. Anche questo è un percorso di guarigione, di ricerca dell’equilibrio“.

Tutto bene quel che finisce bene, se dunque è riuscita a lasciarsela alle spalle. Ma dobbiamo pensare lo stesso anche della musica rock? Il suo nono album (Such Pretty Forks In The Road), uscito poco più di una settimana fa, non concede molto ai graffianti toni della gioventù.

Ma non rinfacciatelo ad Alanis: per lei è giusto che sia così: “[…] nella vita sono diventata meno reattiva, il che forse rende le canzoni più fredde. Oggi rabbia, paura, felicità si presentano in modo diverso rispetto a un tempo. E per fortuna: ho 44 anni, oggi mi vergognerei a reagire come una ventenne“.

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