Intervista ai Vexillum

In occasione dell’imminente uscita del nuovo album dal titolo When Good Men Go To War, noi di URM abbiamo avuto il piacere di intervistare Dario Vallesi, Michele Gasparri, Francesco Ferraro, Efisio Pregio e Francesco Caprina, membri della Folk-Power Metal band Vexillum.
Nel corso della nostra piacevole chiacchierata abbiamo parlato di musica, del nuovo disco e della difficile situazione musicale ed artistica che sta vivendo il nostro paese.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 5 persone, persone in piedi e spazio al chiuso

Ciao ragazzi e grazie per aver accettato l’intervista.

Vista la drammatica situazione che stiamo attraversando e che ci accomuna un po’ tutti a livelli diversi, vi chiedo: com’è cambiata la vostra vita, musicalmente parlando, durante la pandemia?

Dario: Ovviamente concerti zero, condizione che non riguarda solo noi ma tutto il mondo, purtroppo; è sicuramente una situazione triste e faticosa soprattutto per chi come noi vive sia economicamente che spiritualmente di musica live e restare forzatamente fermi fa perdere il rapporto con i propri compagni; fortunatamente c’è internet che, nel bene e nel male, aiuta a stare più vicini e ci permette anche di lavorare un po’ a distanza, anche se, avendo il batterista sardo, eravamo già un po’ abituati a lavorare distanti prima della pandemia. È difficile ma proviamo e vogliamo andare avanti.

Quindi potremmo dire che When Good Men Go To War è un album concepito a distanza?
Dario: In realtà quest’album ha “vissuto” sia il mondo pre-pandemia che durante la pandemia, nel senso che è stato scritto nel corso degli ultimi due anni ed ha avuto una gestazione abbastanza lunga durante la quale abbiamo lavorato tantissimo ai brani. Le pre-produzioni del disco erano fondamentalmente pronte già prima dello scoppio della pandemia ma abbiamo poi avuto un anno di chiusura che ci ha permesso di assimilare bene le canzoni in tutte le loro sfumature; quando, a gennaio, hanno dato il via libera, Efisio è venuto a Livorno e l’abbiamo registrato in un rush finale ai Wanna Rock Studio di Michele.
Di fatto il disco ha visto poi la luce ad inizio 2021 ma dopo una storia lunga due anni.

Molte band hanno “approfittato” del lockdown e dello stop dei concerti per dedicarsi alla scrittura di nuovo materiale, voi avete quindi sfruttato questo momento per consolidare il vostro nuovo lavoro
Dario: Beh, ovviamente il lockdown è servito anche per buttare giù materiale per il futuro, ma di questo ne parliamo poi più avanti (ride n.d.r.).
Francesco F. : il vantaggio di vivere nell’epoca del digitale permette anche di poter lavorare a distanza, mandandoci il materiale senza perdere la qualità del prodotto, una cosa del genere nell’epoca dell’analogico sarebbe stata impossibile!

A parte il batterista, vivete tutti in Toscana, com’è nata la vostra collaborazione con Efisio che invece vive e lavora in Sardegna?
Efisio: È una bella storia in realtà! Io non conoscevo i Vexillum fino al 2011, l’anno in cui sono stati in tour con i Rhapsody Of Fire. Io andai a Roma perché il mio amico Raphael Saini, che è anche collaboratore della scuola di musica dove lavoro qui in Sardegna, in quel periodo era in tour con i Vision of Atlantis e mi invitò a vedere il suo concerto. Mentre eravamo insieme Raphael mi raccontò di questa band italiana che a lui piaceva molto e con cui si era trovato bene, che erano appunto i Vexillum; così andai a conoscerli assieme a lui e ci piacemmo da subito.
Dopo il concerto, io e Raphael andammo a fare un giro in macchina per Roma ed incontrammo “Cicciuzzo” (Francesco Ferraro n.d.r.) che era in giro febbricitante e che ci chiese un passaggio; ci trovammo allora a girare per Roma in macchina io, Raphael, la sua ragazza e Cicciuzzo mezzo moribondo; è in quell’occasione che io e Francesco ci siamo poi conosciuti meglio.
Comunque, dopo quella volta mi è rimasta una bella impressione della band, anche se ancora non sapevo che avremmo suonato insieme.
Qualche mese dopo, Raphael mi disse che i Vexillum cercavano un nuovo batterista; più per divertimento che altro, anche perché io stando in Sardegna non pensavo che mi avrebbero scelto, mandai alla band una demo di un loro pezzo suonato da me, poche settimane dopo mi chiamò Michele per chiedermi se mi andava di fare una prova con loro. Dopo la prova, essendo rimasti tutti contenti, la sera stessa mi chiesero se volevo diventare il nuovo batterista dei Vexillum; era il dicembre 2012.

Il nome della band si rifà chiaramente all’immaginario guerresco medioevale che è molto in linea con il vostro genere musicale. Da chi è nata la scelta di chiamarvi Vexillum?
Michele: Il “colpevole” del nome della band sono io, perché sono sempre stato affascinato dall’immagine epica del vessillo di guerra e mi piaceva che fosse quell’idea il primo impatto che ha una persona che si avvicina all’ascolto della band ed al messaggio che vogliamo trasmettere.
Poi a me piace che il nome del gruppo non sia solo un nome ma che porti con sé un significato profondo, in questo caso il vessillo che, oltre ad essere una bandiera, è messaggero di un ideale, di una missione da portare a termine che è poi il nostro modo di pensare la band, ovvero noi 5 uniti per il raggiungimento di un obiettivo comune.
Il senso del nome Vexillum è quindi sia etereo che molto concreto e reale.

Ho avuto la fortuna di poter ascoltare When Good Men Go To War in anteprima ed ho notato che la componente Celtic-Folk nella vostra composizione è tornata con maggiore decisione rispetto al disco precedente.
Michele: Quello dell’anima Folk della nostra musica è un percorso che, indipendentemente dal periodo storico in cui escono gli album, si va sempre più consolidando e trasformando, avvicinandosi a quella che era la nostra idea fin dagli esordi della band; fondamentalmente di album in album si sta sempre più rinsaldando quello stile che abbiamo sempre voluto realizzare ma che per mancanza di mezzi non siamo riusciti in precedenza ad esprimere fino in fondo.
Dario: L’evoluzione del nostro sound è anche dato dal fatto che nel tempo ci siamo evoluti anche noi per primi come musicisti; ad esempio a 18 anni, quando abbiamo iniziato, non avevamo idea di come si suonasse una cornamusa e non potevamo metterla in una nostra canzone se non riproducendola con una tastiera; piano piano, abbiamo imparato a suonare altri strumenti come appunto la cornamusa, i flauti, il bodhrán, tra gli altri, implementandoli man mano nel nostro Power Metal.
Quest’album è, di fatto, il successore naturale di The Bivouac; mentre Unum è un concept album nel quale la parti Folk sono meno preponderanti, pur essendo comunque presenti, in questo tornano ad essere decisamente più dominanti diventando parte del sound del disco.

Da The Bivouac ad oggi sono trascorsi quasi dieci anni, che cosa sentite che sia cambiato nel vostro modo di fare musica adesso rispetto a prima?
Efisio: Nel corso degli anni passati insieme siamo riusciti a trovare il nostro equilibrio, col tempo abbiamo sviluppato sempre più un’idea comune sul come strutturare i pezzi della band; per esempio mi ricordo che con The Bivouac ci siamo spesso scontrati sul come impostare le varie parti dei brani, magari io avevo un’idea, Michele un’altra, gli altri ragazzi un’altra ancora e quindi ci mettevamo più tempo per trovare una soluzione.
Con questo album è stato molto più naturale, avevamo tutti più o meno in mente come voler strutturare i pezzi e ci siamo trovati subito d’accordo e questo ha sicuramente contribuito in positivo al sound del disco.
Francesco F.: Secondo me la differenza sta tutta nel fatto che questa è la formazione più duratura nella storia della band, siamo insieme da tanto tempo e questo ci ha permesso di amalgamarci alla perfezione e di far sì che l’elemento creativo di ognuno di noi trovasse il suo giusto spazio; non avendo freni o blocchi dovuti a contrasti o diverse opinioni di intendere la nostra musica, abbiamo la possibilità di esplorare i contributi e le proposte di tutti, essendo noi persone molto creative.
Francesco C.: penso che dipenda anche dal fatto che, negli anni, si sia consolidato sempre più il rapporto di amicizia e questo si riflette inevitabilmente nella musica; irrobustendosi il legame umano, anche la comunione d’intenti diventa più forte, il progetto è più chiaro e conseguentemente anche la musica che produciamo ne trae beneficio. In questo disco c’è davvero una parte di ognuno di noi che però è perfettamente legata a quell’organicità che si è strutturata nel tempo.

When Good Men Go To War è inoltre, il primo album che producete sotto la Scarlet Records, sentite che il cambio di casa discografica abbia giovato al disco?
Dario: In realtà l’album esisteva già prima della firma con Scarlet, le canzoni le avevamo già create e dovevamo, di fatto, solo entrare in studio per registrarle; diciamo che il cambio di casa discografica ci ha dato quell’entusiasmo in più che ci ha fatto entrare in studio con rinnovata energia.
I cambiamenti portano sempre con sé la voglia di mettersi in gioco e di dare il massimo ed è quello che è successo a noi con la Scarlet; tra l’altro non avevamo mai lavorato con degli italiani prima e già solo il fatto di poterci, finalmente, affiancare a degli addetti ai lavori usando la nostra stessa lingua è già un passo avanti notevole.
Comunque il modo di lavorare di Filippo e Angelo (Filippo Bersani e Angelo Moro, masterminds della Scarlet Records n.d.r.) ci piace molto e abbiamo potuto anche ragionare con loro sui futuri progetti perché, ovviamente, siamo già con la testa al nuovo album!

Michele, sei annoverato come il principale autore di testi e musica della band, ma come prende vita una canzone dei Vexillum?
Michele: diciamo che l’aspetto creativo della band si è evoluto molto nel corso del tempo, anche a seconda del periodo storico che attraversavamo quando scrivevamo i nostri album.
Da piccoli facevamo tutto insieme, quindi ci trovavamo nella nostra saletta, ascoltavamo le varie proposte che venivano portate e poi suonavamo le canzoni; andando avanti abbiamo cambiato il modo di comporre, un po’ perché siamo cresciuti, un po’ perché per motivi lavorativi e personali non possiamo trovarci sempre tutti insieme; allora ci capita di lavorare molto per conto nostro.
Per quanto mi riguarda, parto da un’idea che ho in testa e, quando sono pienamente convinto di come la voglio realizzare, la metto in musica e la porto poi ai ragazzi che danno il loro contributo ampliando o modificando quella che era la mia proposta iniziale; questo avviene tutto a livello di studio, non capita praticamente mai che ci troviamo a comporre in sala prove.
Ovviamente il risultato finale non sarebbe quello che è se ognuno di noi non mettesse la sua parte nell’alchimia della composizione.

Ci sono delle opere epiche o fantasy a cui vi ispirate per la scrittura dei testi?
Michele: Tendenzialmente mi sentirei di dire che nei nostri testi non ci sono dei rimandi ad un’opera fantasy in particolare; pur apprezzandolo molto in altri artisti, noi abbiamo sempre un po’ cercato di allontanarci da quel cliché delle band Power Metal che tendono ad attingere a piene mani da Tolkien o dal Trono di Spade, per citarne due in particolare.
Abbiamo sempre ambientato le nostre canzoni in quello che abbiamo definito Medioevo senza tempo, un’epoca, cioè, che potesse far percepire quegli elementi che ci piacciono molto e che sono tipici anche del Fantasy, ma senza dare dei riferimenti precisi ad elementi mitici quali draghi o stregoni e lasciando spazio ad una simbologia più realistica.

Gli art work dei vostri album sono sempre molto affascinanti, soprattutto quello di quest’ultimo disco; aiutano ad entrare molto bene nell’ambientazione delle vostre canzoni. Come avviene la scelta dell’artista e delle immagini per le copertine?
Dario: Noi cerchiamo sempre di scegliere delle copertine che rispecchino il più possibile il significato del disco, nello specifico il concept di When Good Men Go To War è l’idea dell’uomo mite che quando viene portato al limite e si arrabbia, diventa più cattivo di colui che invece è sempre stato malvagio ed anche la copertina dell’album riflette questo stesso concetto.
Alla stregua delle canzoni che scriviamo, che ruotano attorno ad un’idea, anche la scelta della copertina del disco subisce lo stesso procedimento e quindi le onde del mare in tempesta, che compaiono sulla copertina di questo album, rappresentano la furia dell’uomo buono che, al pari della bufera, quando ti ci ritrovi in mezzo, non puoi farci nulla e ne rimani in balìa totale.
Michele: la copertina di un album, nel nostro modo di pensare, deve essere parte integrante della fruizione del disco, a me personalmente spiacerebbe molto se i nostri art-work fossero scollegati dalla musica; penso al lavoro enorme di brainstorming che abbiamo fatto per questa copertina, un fluire di idee infinito che poi Andrea (Andrea Butera, l’artista autore della copertina del disco n.d.r.) ha saputo trasformare nel disegno che abbiamo poi utilizzato.

Eccezion fatta per la cover di Spunta la luna dal monte, avete scelto di scrivere le vostre canzoni in inglese. In questo nuovo disco compare però la canzone Quel che Volevo, che è invece cantata tutta in italiano: come mai questa scelta proprio ora?
Michele: Per quanto mi riguarda, avendo avuto per primo una visione più completa dell’album, posso dire che i tempi per inserire una canzone nella nostra lingua erano maturi. Spesso mi è capitato di ascoltare brani di band nostrane cantati in italiano che però, nel complesso del disco, risultavano un po’ staccati dal resto del lavoro. In questo album abbiamo pensato che fosse giusto inserire una canzone che mantenesse il messaggio di tutto il resto del disco ma che, essendo cantato nella nostra lingua, potesse far sentire chiamato in causa anche chi non presta molta attenzione al cantato in inglese.
Diciamo anche che io non vedevo l’ora di scrivere un testo in italiano ma aspettavo che ne valesse davvero la pena e tra le altre cose il testo di Quel che Volevo, nonostante sia stato scritto ben prima della pandemia, è risultato quasi profetico della situazione che stiamo vivendo, quindi si è rivelata una buona scelta.
Dario: Tra le altre cose, realizzo ora che When Good Men Go To War è un disco ricco di italianità, perché l’etichetta con cui abbiamo collaborato è italiana, l’artista che ha realizzato la copertina, per la prima volta, è italiano e compare la nostra prima canzone originale in italiano; è una cosa non voluta perché non sono state decisioni che abbiamo preso a priori o per questioni di marketing ma fa tutto comunque parte della nostra evoluzione artistica.

Tornando al discorso cover, come mai avete scelto di coverizzare proprio la canzone dei Tazenda? È comunque un brano molto ricercato, quasi da intenditori direi.
Michele: È una canzone che adoro fin da quando ero piccolo. In terza elementare trovai in omaggio nel fustino di un detersivo un’audiocassetta con i successi di Sanremo e quando andavo in macchina con i miei ascoltavo solo quella; tra le canzoni c’era appunto Spunta la Luna dal Monte dei Tazenda, che mi affascinava tantissimo con quella lingua strana(che ho poi scoperto essere il sardo). Per me quella canzone è Power Metal italiano!(ride n.d.r.)
Ovviamente il Power Metal l’ho scoperto molto tempo dopo ma andando indietro con i ricordi, già da piccolino, apprezzavo delle canzoni che incarnavano gli elementi tipici di quel genere, perché la canzone dei Tazenda, nella versione di Sanremo, con l’orchestra, è molto emozionante, ha un’energia pazzesca. Quando poi ho scoperto che anche Dario adorava quella canzone abbiamo deciso di coverizzarla ed è stato poi quasi magico rimetterla su con il nostro stile.
Efisio: Quando i ragazzi mi hanno detto che volevano mettere su la cover di quella canzone non ci volevo credere, soprattutto perché solitamente i sardi non sono molto considerati musicalmente parlando; i Tazenda ad esempio, sono esplosi grazie a Sanremo con quella canzone, ma quando suonano qui in Sardegna fanno ancora adesso i grandi numeri e quando uscì il disco con quella cover i Vexillum sono diventati dei miti anche da noi.
Una cosa che ho apprezzato particolarmente è il fatto che Dario, pur non essendo sardo, è riuscito a cantare la canzone senza scimmiottare la lingua, cosa non facile, e quando ascolti la cover è bella proprio perché non c’è quella forzatura che solitamente chi non è sardo fa quando tenta di parlarlo.
Francesco F.: secondo me esistono tantissimi artisti italiani molto validi, come ad esempio Branduardi o i Moby Dick, le cui canzoni rifatte in chiavi più Heavy o Power, renderebbero benissimo e anzi, potrebbe anche essere un modo per riscoprirli.

Nel vostro scorso album, Unum, compaiono dei featuring interessanti, uno di questi è nientepopodimeno che Hansi Kursch (un’istituzione in ambito Power Metal); in When Good Men Go To War, invece, non compaiono collaborazioni famose. È una scelta ponderata oppure è casuale?
Michele: In realtà non è venuta fuori la proposta di aggiungere featuring famosi perché parlando con i ragazzi è emerso maggiormente il desiderio che questo disco fosse solo nostro; noi amiamo tantissimo le collaborazioni perché sono sempre molto stimolanti e danno quel qualcosa in più ai brani, questa volta però, tenuto anche conto del mood dell’album, abbiamo preferito essere solo noi a trasmettere quello che era il senso profondo del lavoro, tolto ovviamente Nick Mc Vicar che ci aiuta sempre per le parti folk.
Dario: Sì, di fatto i 5 uomini buoni che hanno perso la pazienza siamo noi e quindi volevamo essere noi 5 a comunicare tutto quello che c’è nel disco.

In Italia il Power Metal sembra aver preso piede maggiormente rispetto ad altri generi (oltre agli storici Rhapsody o Domine, penso anche a Temperance, Ancient Bards, Wind Rose…). Come mai, secondo voi, questo genere piace così tanto nel nostro paese?
Dario: Così di getto ti direi che uno dei motivi potrebbe essere che negli ultimi anni in Italia la cultura nerd e geek è diventata molto di moda ed un esempio di questo sono le varie fiere del fumetto che sono diventate vere e proprie manifestazioni ed il Power Metal è la colonna sonora perfetta per questo ambiente; per fare un esempio, durante una sessione di Dungeons & Dragons ascolti i Blind Guardian piuttosto che un’altra band, quindi si può dire che i due mondi si sono un po’ aiutati ed alimentati a vicenda.
Mi immagino il ragazzino che per la prima volta va al Lucca Comics, rimane affascinato, ad esempio da Warhammer, si compra il suo esercito per giocare con gli amici, poi va a casa, si cerca su internet la colonna sonora fantasy da usare come sottofondo per le sessioni di gioco e da lì passa facilmente al Power Metal.
Michele: Un altro possibile motivo è il fatto che il Power Metal è un genere musicale che incarna un po’ quegli elementi che un italiano che sia davvero un intenditore ritrova anche in quel tipo di musica più “colta”. In fondo l’Italia è stata per lungo tempo il paese del bel canto e della musica classica.
Così come ai Norvegesi viene naturale suonare il Black Metal, perché vivono in un paese in cui ci sono sei mesi di buio all’anno e la musica inevitabilmente si colora di quei toni cupi, noi italiani siamo più portati a godere di un genere musicale più allegro ed energico perché si sposa maggiormente con il nostro modo di vivere.
Francesco F.: In generale gli italiani sono un popolo che ama far festa e stare insieme e tra tutti i sottogeneri del metal il Power, soprattutto quello con le venature Folk, invita molto alla socialità, al bere birra e divertirsi in compagnia, e secondo me è anche questo un valido motivo per cui questo tipo di musica ci piace così tanto.

Ci sono delle band o degli artisti in particolare che vi ispirano o a cui siete maggiormente legati?
Francesco F.: io penso di essere abbastanza atipico perché considero come mie principali fonti di ispirazione Dario e Michele; prima di entrare nei Vexillum io non avevo mai fatto parte di una band ed era da un anno solamente che suonavo il basso e loro mi hanno plasmato e fatto crescere come musicista all’interno del gruppo, quindi posso dire che sono stati i Vexillum stessi a formarmi musicalmente.
Michele: Per quanto mi riguarda, i miei padri musicali sono sicuramente i Blind Guardian; di loro mi piace un po’ tutto, sia i loro primi lavori che la loro evoluzione e avrei voluto fare io, come musicista, quello che hanno fatto loro (ride n.d.r).
Mi sono sempre trovato d’accordo con tutte le scelte sia musicali che di produzione che hanno fatto negli anni quindi anche a livello formativo li considero una vera e propria guida e lo stesso André Olbrich (che assieme ad Hansi scrive i pezzi della band) è forse il musicista che più di altri, considero come mio faro.
Dario: Io sono passato dall’ascoltare (e tutt’ora ascolto) Beatles, Lucio Dalla, Branduardi per arrivare poi al rock più duro con Deep Purple, Led Zeppelin, Iron Maiden, Black Sabbath ed approdare poi a band come Stratovarius; non so se mi ispiri proprio a loro ma comunque questi artisti rappresentano sicuramente le basi del mio bagaglio musicale.
Efisio: Beh, penso che gli Iron Maiden abbiano fatto scuola un po’ a tutti con il loro stile musicale che è in realtà un vero e proprio modo di essere. Nello specifico per quanto riguarda la batteria, da quando suono coi Vexillum e avendo cominciato ad ascoltare Power Metal più assiduamente, ho apprezzato in particolare Priester e Confessori degli Angra nelle loro varie evoluzioni; soprattutto Priester è stato probabilmente uno dei batteristi più influenti e rivoluzionari del genere e diciamo che per il lavoro che poi devo fare con i Vexillum è sicuramente una grande fonte di ispirazione.
Francesco C.: Io tra tutti sono forse più una Torre di Babele, nel senso che sono partito dal Thrash Metal, per poi passare alle band più classiche (Iron Maiden, Metallica); ho avuto poi una parentesi abbastanza ampia nella quale mi sono avvicinato al Prog Metal e ho sperimentato un altro tipo di timbriche e ritmiche.
Tornando poi al Power Metal ho dovuto un po’ riabituarmi a suonare un genere più diritto perché ormai mi ero abituato a ragionare per tempi dispari, anche se in realtà non è stato difficile perché la mia matrice di fondo è sempre stata un po’ quella.
Per quanto riguarda gli spunti, comunque, io tendo a prendere un po’ qua e là, ad esempio adoro la musicalità di Sambora che, anche se è un genere totalmente differente, è molto interessante da inserire a livello melodico; oppure cerco la rotondità e la timbrica di Petrucci, oppure ancora gli accenti di Loureiro, insomma un gran caos a livello formativo (ride n.d.r).

Che ne pensate della controversa iniziativa L’ultimo Concerto a cui hanno partecipato diversi vostri colleghi e che sembra aver fatto arrabbiare in molti?
Francesco F.: Io sono amico di Fil, titolare del Legend Club di Milano, quindi ho seguito la vicenda abbastanza da vicino ed inizialmente mi sarei aspettato anche io che gli artisti suonassero, però così come hanno fatto è stato sicuramente più d’impatto rispetto ad un vero concerto, perché ha dato idea alla gente che, se le cose rimarranno così, non sarà più possibile andare a sentire musica dal vivo; in qualche modo il messaggio doveva arrivare e se la gente si è sentita infastidita dal fatto che il concerto non ci sia stato forse dovrebbe piuttosto ragionare sul fatto che ci sono centinaia di persone che, a causa della pandemia, non stanno lavorando, e io ne conosco diversi, quindi ben venga una manifestazione d’impatto come questa.
Poi tanto si sa che, nel mondo di oggi, qualsiasi cosa tu faccia troverai sempre qualcuno che si lamenterà, quindi secondo me alla fine fai quello in cui credi e portalo avanti, indipendentemente da quello che può essere il parere degli altri. Michele: La vera sfortuna per gli artisti che hanno partecipato all’iniziativa, ma d’altra parte non c’era altra possibilità di realizzarla, è stata il fatto che hanno dovuto mettere in piedi questa manifestazione silenziosa su internet. Il web ha purtroppo dato voce a legioni di imbecilli ed anche una protesta di una potenza del genere è stata travisata completamente.
Se tu vai a leggere i commenti all’evento sulle pagine dei vari locali, per ogni messaggio di solidarietà ne trovi altri 100 d’insulti e questa cosa è molto triste.
Per quanto mi riguarda hanno fatto benissimo perché in questo modo hanno cercato di dare voce a chi, per un motivo o per l’altro, voce non ne ha più; noi stessi, nel nostro piccolo, sia come musicisti che nelle altre nostre attività come la scuola di musica o il nostro centro musicale, ci troviamo davvero abbandonati, come se la nostra realtà fosse in qualche modo sacrificabile ed il fatto che le persone si siano fermate solamente al concerto che non hanno avuto, senza capire l’importanza del gesto, è molto preoccupante.
Dario: Fondamentalmente tutto quello che è intrattenimento e quindi arte (che sia musica, una serie Tv, un fumetto o uno spettacolo teatrale) non è percepito dalla maggior parte della gente come un lavoro ma piuttosto come qualcosa di non essenziale.
Molti pensano che visto che uno fa di mestiere il musicista, siccome si diverte, non debba poi anche venire ricompensato economicamente per quello che fa, quindi una manifestazione giustissima come quella de L’Ultimo Concerto non viene percepita come importante perché manca una reale attenzione a voler preservare l’arte come bene.
Il passo successivo (ovviamente impossibile da realizzare) sarebbe quello di togliere tutto l’intrattenimento dal mondo, quindi niente Netflix, niente televisione, niente internet; allora forse a quel punto la gente capirebbe l’importanza e la concretezza di questo lavoro.
Oltretutto a rimetterci non siamo soltanto noi artisti, ma soprattutto tutti quei professionisti che lavorano nel settore, come fonici o tecnici, che magari si sono dovuti reinventare un nuovo lavoro da zero per riuscire a sopravvivere; ecco qual è stata la grande importanza di questa manifestazione anche se appunto, come abbiamo detto, non è stata compresa da tutti.

Line-Up:
Dario Vallesi – Voce
Michele Gasparri – Chitarra
Francesco Caprina – Chitarra
Francesco Ferraro – Basso
Efisio Pregio – Batteria

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