Donne del Rock: Siouxsie Sioux

A un festival punk londinese del settembre 1976 si creò inaspettatamente un buco: una band di supporto aveva dato forfait all’ultimo minuto e il silenzio che si stava creando sul palco era decisamente poco rock. All’improvviso, un’appariscente 19enne si fece largo tra il pubblico con uno sfrontato «Suoniamo noi»: impugnò il microfono e declamò una lunga “rivisitazione” del Padre Nostro (i famigerati 20 minuti di The Lord’s Prayer) accompagnata dal proprio gruppo. Alla batteria c’era un ancora sconosciuto Sid Vicious, ma con il termine “gruppo”, più che a una band vera e propria, dovremmo riferirci a un mero “insieme di amici”, vista anche la resa esecutiva dell’intera esibizione. La ragazza in questione non aveva nemmeno mai cantato prima (e mai avrebbe preso lezioni di canto in futuro) ma l’avventatezza di quella sua improvvisazione venne compensata dal suo look: era infatti un’affezionata frequentatrice di Sex, il primo, vero (e a lungo unico) leather clothing shop della Gran Bretagna, tenuto da – udite udite – Vivienne Westwood e Malcom McLaren. E si vedeva.

Susan Janet Ballion nacque nel 1957 da un incantatore di serpenti. Anzi, no: quella era la versione “underground” del mito, in tempi in cui le notizie correvano lente via radio o carta stampata, e prima che uno strafalcione (o un più o meno intenzionale fraintendimento) potesse essere rettificato la storia era già stata modificata e consolidata così tante volte che non c’era più modo di ritrattare, ma solo aggiungere l’ennesima versione parallela. Comunque, i rettili nella sua storia familiare c’entrano eccome, perché il Signor Ballion estraeva veleno dai serpenti del Congo Belga quando conobbe la sua futura moglie, segretaria inglese bilingue che gli diede un figlio e una figlia, in Africa, e poi la piccola Susan, al rientro nel Regno Unito, quasi dieci anni dopo. Il Signor Ballion non sarebbe sopravvissuto a lungo al rimpatrio: cronicamente disoccupato, e ormai gravemente alcolizzato, avrebbe lasciato Susan orfana a 14 anni. Non prima, però, di aver causato qualche problema di inclusione sociale ai propri familiari: nelle poche dichiarazioni rilasciate sull’argomento, Susan avrebbe sottolineato l’odio che si covava a crescere in una famiglia che faceva sentire “diversi”, e la sua difficoltà a uscire dall’isolamento e a integrarsi nel quartiere (Chislehurst, nel Kent).

Il suo vero dramma però fu un altro. Non aveva nemmeno finito le elementari che una brutale aggressione sessuale pose precocemente fine all’infanzia sua e dell’amica che era con lei: e la cosa peggiore fu che, tornata (disperata) a casa, nessun adulto le prestò attenzione. Non sappiamo se e in che modo l’episodio contribuì a farle maturare quel temperamento “maestoso ma distaccato” che, molti anni dopo, avrebbe affascinato il famoso critico britannico Jon Savage. Sappiamo però, per sua stessa ammissione, che il muro che innalzò da quel momento verso la presunta autorevolezza dell’età adulta non sarebbe mai più crollato. E che la sua transizione alla (pre)adolescenza fu particolarmente dolorosa: “When I was eight I tried to commit suicide to get noticed by my parents. I used to do things like fall on the floor upstairs so that they’d think I’d fallen downstairs, and I’d have bottles of pills in my hands.  I’ve always felt on the outside, really”.

Purtroppo l’estrema introversione in cui si rifugiò – tra una puntata del Monty Python’s Flying Circus, un film di Buñuel o Hitchcock (grazie anche alla mamma che la portava con sé al cinema nelle pause da lavoro) e massicce dosi di David Bowie, Roxy Music, T Rex, Marc Bolan e Lou Reed – non risolse i suoi drammi interiori. E intorno ai 15 anni, durante un ricovero d’urgenza, le venne diagnosticata l’idiopatica (e imbarazzante) retticolite ulcerosa. Fu forse allora che Susan toccò davvero il fondo: due anni dopo, transitata definitivamente dalla scuola ai locali gay e glam londinesi (dove restava impressa per il look marcatamente fetish e bondage di cui si sarebbe a breve appropriato anche il movimento punk), si faceva chiamare Siouxsie (poi Siouxsie Sioux, da leggersi: Sùzi Su) e seguiva ovunque i Sex Pistols insieme con i suoi nuovi amici (il gruppo di – presunti – fan che la stampa locale individuò come Bromley Contingent).

La giovane Siouxsie Sioux era ben allineata alla filosofia punk, nella misura in cui faceva propri il DIY e l’ostentazione esasperata di tutto ciò che poteva suscitare sconcerto, odio e scandalo da parte della “borghesia” (“At the time, I was very much into mixing up various symbols: the crucifix, the swastika and, later on, the Star of David. […] It was just a way to piss off the older generation”); e forse per quello Malcom McLaren, dopo la sua “performance” al Punk Festival di cui in apertura, la invitò ad accompagnare i Sex Pistols in tv nel dicembre di quello stesso anno. Ma quella situazione, seppur divertente per le inusuali punte di “scandalosa volgarità” raggiunte in studio, servì solo a convincerla (nonostante la copertina guadagnatasi sul Daily Mirror della settimana successiva) a ritornare sui propri (pochissimi) primi passi: come Siouxsie and the Banshees, appunto.

Una delle prime cose che si notava di questa formazione era l’abbinamento di una lugubre figura femminile del folklore britannico a una band quasi tutta al maschile. Scelta comprensibile solo attraverso “l’altra” Siouxsie, quella a cui va il merito di aver sdoganato, con una gelida nonchalance da strega dei tempi moderni, gli sguardi drammaticamente imbrattati di nero dietro al microfono, gli impudici strappi nel latex davanti alla videocamera, e i testi e i suoni trasudanti misticismo, teatralità, mistero, grumoso sperimentalismo. Siouxie, lasciatesi alle spalle le istanze più politiche e contingenti del punk delle origini, avrebbe in sostanza inaugurato senza saperlo quel durevole filone oscuro, a cavallo tra post punk e (pre) new wave, che dalle nostre parti avrebbe goduto di grande successo sotto la definizione di dark (mentre nel resto del mondo si chiamava – e si chiama ancora – goth).

Non possiamo però oggi cogliere l’importanza del “fenomeno Siouxsie” con una lettura esclusivamente esistenzialista o intimista. Al contrario, le problematiche sociali e politiche che richiamava implicitamente in ballo, dall’emancipazione femminile alle conseguenze di quell’austerità poi duramente imposta in piena era thatcheriana, confermavano semmai la necessità di resistere al clima di profondo condizionamento morale (prima ancora che economico) che, a ben vedere, anche il NO FUTURE dei primi punk aveva contribuito a denunciare. In tal senso, potremmo oggi vedere nel suo commento al successo conseguito nell’81 dall’onirica Arabian Knights (“è stato un bel brivido far passare alla radio la parola ORIFIZI”) quasi uno specchio dei tempi.

Comunque, nel 1977 arrivarono il primo contratto e il primo album (The Scream), lanciato dall’ orientaleggiantemente tetro Hong Kong Garden, con cui si guadagnano pure un invito a un programma della BBC.

Irraggiungibilmente esotica e persecutoriamente malaugurante nell’interpretare argomenti macabri “alleggeriti” da humour nero, Siouxsie poteva contare (già da quando militava nel Bromley Contingent) sull’incondizionato appoggio – e apporto – di Steven Severin, bassista, co-autore dei testi e unico altro membro fisso dei Banshees fino al loro scioglimento (1996). Il sodalizio sarà la forza e al contempo il limite della band, causando spesso la defezione improvvisa di chitarra e batteria e l’impellente necessità di ingaggiare musicisti sostitutivi. Proprio da questo genere di circostanze inizierà, a breve distanza dall’uscita del secondo album Join Hands (1979), la collaborazione con Budgie (già batterista degli Slits, nonché futuro compagno, e poi marito, di Siouxsie) e con Robert Smith (i cui Cure continueranno a “frequentare” i Banshees anche al di là dell’eventuale bisogno di sostituirne il chitarrista).

Kaleidoscope (1980) e Juju (1981) rappresentano una svolta per la band grazie al ricorso – forse un poco tardivo – all’elettronica da parte di Severin e, secondo una corrente critica più pragmatca, anche grazie all’apporto tecnico di John McGeoch, l’acclamato Jimmy Page della New Wave, che però non restò con i Banshees a lungo; dopo il loro quarto album (A Kiss in the Dreamhouse, del 1982), sfiancato dalla pesantezza della tournèe (e, affermano i soliti invidiosi, da qualche bicchiere di troppo) collassò emblematicamente sul palco a Madrid. Riuscirà poi a rifarsi una carriera con i PiL di John(ny Rotten) Lyndon, forse anche grazie al gesto caritatevole di un fan che – probabilmente memore dei suoi precedenti – ebbe l’accortezza di lanciargli in faccia un monito – in forma di bottiglia – sul palco di uno dei loro primi concerti. Ma questa è proprio un’altra storia.

Tornando a Siouxsie, quel triennio le fece conseguire una maggiore consapevolezza creativa: come avrebbe dichiarato successivamente, né lei né gli altri membri della band si resero davvero conto di quel che (non) stavano facendo (ricordiamo che si presentavano come non-musicisti e come meri sperimentatori del suono) fino a che non arrivarono i primi successi. E la nuova, profonda intesa con Budgie la portò a un più sistematico lavoro su di sé e all’avvio di una collaborazione (inizialmente solo parallela) con quest’ultimo: The Creatures. Un’attività talvolta scostante ma intensa e culminante nel terzo ed esoticheggiante album, Boomerang (1989), ricco di collaborazioni (tra cui Anton Corbijn per le foto di copertina) e foriero di imprevedibili suggestioni (in primis la cover di Killing Time eseguita dal vivo da Jeff Buckley). Un’ulteriore svolta musicale arriverà poco dopo il matrimonio con Budgie (1991) e precisamente in occasione del festival olandese With a little help from my friends (1998), a cui i Creatures verranno invitati da(ll’ex Velvet Underground) John Cale: il duo canoro con Siouxie offrirà infatti al pubblico l’interessante inedito Murdering Mouth. E nonostante qualche piccola défaillance – in parte connessa a una coraggiosa virata drum and bass – le occasioni stimolanti da quel momento si moltiplicarono, portando anche esiti non scontati (tra cui la collaborazione alla colonna sonora di The Blair Witch Project; la “japanese connection” con i Drummers Koto che confluì nel trailer di una stagione della serie Tv Soprano; e una collaborazione con i Basement Jaxx che produsse il miglior brano elettronico al 47° Grammy Award).

Ci sarebbe molto altro da dire sui Creatures, sia come progetto musicale, sia come percorso di crescita musicale di Siouxsie. Non a caso la “nuova” Siouxsie, forse diventata un po’ meno Siouxsie e un po’ più Susan, nel ri-presentarsi al pubblico precisava: “I like the fact that things aren’t pinned down, with people describing themselves as WE’RE A PUNK BAND or  WE’RE A GOTH BAND. I don’t like those kind of labels — I just find them really limiting.“. E, ancora meno a caso, è proprio all’interno dei Creatures che Siouxsie sarebbe riuscita a concepito la sua prima tournée come solista.

Fu certo una fortuna che l’asse Siouxsie-Severin, per sua natura concepito come una coppia (artistica) aperta, permettesse a entrambi di sperimentarsi liberamente al di fuori dei Banshees. Il “problema” semmai era che l’originario personaggio di Siouxsie Sioux si era ormai troppo consolidato nell’immaginario popolare per concepirlo senza i “suoi” Banshees. E la cultura pop non perdona.

 L’Androide (questo il nomignolo affibbiatole dai Banshees) avrebbe dunque dominato i palchi di mezzo mondo ancora per diversi anni in conformità al copione originale: stesso make up tragico; stessa espressione distante, malinconica, nervosa; stessa voce sfalsata (enfatizzata dalla pronuncia blesa di Susan); stessi movimenti stereotipati al limite del meccanico; stessi scuri lembi di tessuto e pelle con cui (s)coprirsi (e la cui minimalità sarebbe stata poi giustificata con la necessità di ampliare le possibilità di movimento). “Snapped, harsh, asexual” – così la definiva, con un misto di voyeurismo e repulsione, la stampa dell’epoca – Siouxsie Sioux solleticò le fantasie di Tim Burton, che arrivò a dichiararsi suo fan di vecchia data e a invocare i Banshees per la colonna sonora di Batman – Il ritorno: e loro risposero all’appello (sapientemente indirizzati da Danny Elfman) con il prevedibilmente poco ortodosso Face to face (1992) e una Siouxsie che colse l’occasione per indossare gli aderenti panni di Cat Woman nel video. Le occasioni per i featuring si moltiplicarono oltre ogni previsione: con gli Suede, con Morrissey degli Smiths, con Knox Chandler dei Psychedelic Furs… a metà degli anni Novanta la lotta delle streghe del punk inglese contro l’insensatezza e l’inutilità della vita sembrava procedere trionfalmente. Ma la pensavano così anche i Banshees? O snobbarono i fasti degli allori con l’aria di sufficienza connaturata nel loro DNA punk?

Con il senno di poi, verrebbe da propendere per la seconda ipotesi, se è vero che nel 1996, durante una conferenza dal nome curiosamente assonante col nascente anno in cui stiamo scrivendo (20 minutes in 20 years) i Banshees annunciarono la fine del loro percorso, consentendo – finalmente – a Siouxsie di dedicarsi a tempo pieno ai Creatures.

Progetto che nasce, progetto che cresce, progetto che “stufa”, progetto che muore. Un clichè già sentito? No: perché ciò che in realtà aveva davvero stancato Susan non era la “sua” Siouxsie Sioux, ma il modo in cui i Banshees erano diventati mainstream.

Oltre dieci anni dopo, finita (forse) anche l’esperienza con i Creatures, superato lo scoglio delle prime fatiche da solista, concluso il matrimonio con Budgie e per nulla intenzionata a uscire dal mondo della musica, Siouxie ripeterà instancabilmente e un po’ acidamente, dal telefono della sua nuova casetta nella campagna francese  (dove, per inciso, attendeva anche incazz… pardon: fiduciosa, che Marc Jacobs le riconoscesse qualche diritto per la vendita di borse disegnate in suo onore), che non si può entrare in una band con lo spirito con cui ci si iscrive all’ufficio di collocamento, e che soprattutto lei quello spirito da “pantofolaia che sale sul palco” non l’aveva mai avuto né l’avrebbe avuto mai.  Seguiva una logorroica lectio magistralis sulla decadenza delle nuove generazioni di musicisti (da che pulpito!), su quanto la sua persona non fosse mai scesa a compromessi con la banalità né fosse mai stata – ce lo mettiamo un “probabilmente”??? – superata da nessun’altra performer in irriverenza, anticonformismo e bla bla bla

Ci sembra quasi di vederla, all’altro capo della cornetta, la giornalista del Corriere della Sera che, trascritti – sudando freddo – gli standard di ordinanza (“vestiti sadomaso, […[ simboli necrofili e […] eyeliner sul volto dal pallore cadaverico”), si affrettava a collocare nell’incipit la frase che la “regina gotica” doveva averle declamato più volte: “Non sono una persona qualunque!”. Non si sa mai che lei la ricontattasse, furibonda, per demolire il pezzo andato in stampa…

Chi o cosa sia poi rimasta o diventata Siouxsie Sioux è difficile a dirsi. Secondo la rivista musicale britannica New Musical Express, è ad oggi la 14° cantante femminile al mondo per popolarità. E secondo noi, invece, si mantiene saldamente al primo posto se cercate qualcuno che vi scrolli definitivamente di dosso gli zuccherosi residui delle ultime festività.

Che altro dirvi (e dirle) a questo punto? Auguri…

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