Epica – The Phantom Agony

La Dea che vedete in copertina è Simone Simons, è un soprano, e quando ha registrato The Phantom Agony aveva soli 18 anni. Quando il disco è stato edito, nel 2003, ne aveva 19. Difficile fare una tale scommessa, gli Epica avevano già una cantante, che però andò via. Ma il chitarrista e fondatore Mark Jansen puntò tutto sulla “rossa” olandese. Il symphonic metal non era ancora all’apice del successo agli inizi del millennio, quindi diciamo che tutto il disco è stato un po’ una scommessa. Vinta. Le parti orchestrali non sono state simulate con sintetizzatori ma beneficiano dell’uso di una vera orchestra di archi.

Tale naturalezza si può udire già nel secondo brano, Sensorium, dove la Simons comincia a spaziare tra tutte le scale musicali con quel suo tipico timbro vocale. Il pezzo parla del caso e della nostra possibilità di reagire e cercare di prendere in mano le redini della nostra vita. Parte un’intro di tastiere e chitarre distorte al massimo. Un intermezzo di growl con sottofondo di organo rendono l’atmosfera più goticheggiante. Poi solo archi, batteria e voce. Ora tutto il resto. Il grandioso prende vita. Il symphonic metal ed il gothic metal si fondono. Riprende il giro iniziale di tastiera, poi di nuovo il soprano che sembra dire: “Amici non ho bisogno di pause, mantengo finché volete”.

Un vocalizzo apre Cry For The Moon. La strofa viene “riempita” da un sottofondo di cori. Il tono è accusatorio, è rabbioso: l’ira è contro la Chiesa, peccatrice in questo caso di molti casi di pedofilia, la quale dal suo pulpito predica di non commettere atti di cui essa stessa si infanga. Ora un tono più pacato e melodioso non cambia il topic del testo ma ci ammalia con quella voce da sirena di Simone. Intercalare solo strumentale che cresce verso un growl con sottofondo di una tastiera dal giro interrogativo. Accora un sound di rimprovero, come una caccia alle streghe. Stavolta al contrario, ma moderna:

Virginity has been stolen at very young ages
And the extinguisher loses it’s immunity
Morbid abuse of power in the garden of Eden
Where the apple gets a youthful face

L’assassinio di un politico olandese rende tristi gli archi, malinconici e nostalgici. La solennità della voce di Simone dà spazio al ricordo dell’amato statista: “Every beat of your heart tore the lies all apart“. Feint procede lenta, quasi come un epitaffio funerario. C’è un accenno di rabbia dato dall’arrangiamento. Impossibile far fuoriuscire, invece, dalle labbra della Simons della rabbia: la sua voce soave ammalia anche gli usignoli. La contrapposizione iraconda delle chitarre e la leggiadra voce del soprano creano un effetto veramente suggestivo. C’è una versione acustica del pezzo ancora più viscerale, magnifica!

Façade of Reality parla degli uomini, che per paura della morte e per non credere abbastanza in sé stessi, hanno avuto il bisogno di creare religioni ed esseri sovrannaturali per “aggrapparsi”, speranzosi, a loro e per creare una “fonte di potere”. E’ uno dei pezzi in cui la maestosità, la grandezza e la solennità del symphonic/gothic metal viene fuori, addirittura con un cantato corale in latino all’inizio. Tutto ciò è ovviamente reso possibile dalla fusione degli strumenti metal che congiungendosi all’orchestra rende il tutto possente e regale. A metà pezzo una parte canora ci riporta in un castello della Transilvania con tanto di candele accese ed un temporale che si accinge a tuonare. Ancora però un cambio di sound, un coro maschile da una sensazione di canti gregoriani medievali. Le chitarre galoppano di nuovo e poi ancora la voce di quella che è una delle cantanti più stimate e brave del metal internazionale. Cori spettrali la intermezzano ma la leggiadra voce della giovane continua fino a cedere il passo al grunt con un finale poi corale.

Chiude una nove minuti del calibro della title-track: The Phantom Agony, divisa in tre parti. Cori, orchestre, il metal e la Simons tutti insieme per dare mille dimensioni al sound che si crea, generando teatralità e mimica sonora. L’imponenza ancora una volta sbatte contro i nostri timpani nonostante i violini siano come lame corte ma molto affilate. Il tutto raffigura l’allegoria di un fantasma che è intrappolato in un limbo, tra passato e futuro, e di cui si dubita anche che esista. Il tema gotico è ovviamente più presente, lo spettro è uno dei classici simboli della cultura goth. Rende più solenne il tutto una parte finale, del tutto orchestrale, quasi a voler omaggiare questo fantasma di un rito che possa liberarlo dalla sua condizione.

In mezzo a tutto ciò c’è anche la dolcissima e sentimentale Run For a Fall che ancora risalta di più le armonie e le melodie di Simone Simons. Non è un album che va degustato, non è un lavoro che ha bisogno di essere compreso: è un disco che impatta sull’aquila che è dentro di noi per vederla fuoriuscire dal nostro corpo e sollevarsi in volo maestosa. E poi ci sono le suadenti melodie della voce e dei violini che insistono a volersi insinuare nel nostro ventre e renderci malleabili come burro. E’ un manifesto del symphonic/gothic metal che nel 2003 era ancora in fase di ascensione, anzi in effetti era da da pochi anni che aveva avuto la sua evoluzione definitiva. E se il tema è epico, il richiamo agli Epica è totalmente scontato.

Track-list:
01. Adyta “The Neverending Embrace”
02. Sensorium
03. Cry For The Moon “The Embrace That Smothers – Part IV”
04. Feint
05. Illusive Consensus
06. Façade Of Reality “The Embrace That Smothers – Part V”
07. Run For A Fall
08. Seif Al Din “The Embrace That Smothers – Part VI”
09. The Phantom Agony (Impasse of Thoughts – Between Hope and Despair – Nevermore)

Line-Up:
Simone Simons – soprano
Mark Jansen – chitarra, grunt e scream, arrangiamenti orchestrali
Ad Sluijter – chitarra
Coen Janssen – sintetizzatore, pianoforte, arrangiamenti orchestrali e del coro
Yves Huts – basso
Jeroen Simons – batteria, percussioni

Anno: 2003
Etichetta: Transmission
Voto: 9/10

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