Icons of Death, viaggio nelle origini del death metal

A scanso di equivoci: se cercate una lettura “veloce” sul death metal solo per conoscere il nome di qualche band, scovare online una manciata di album e/o acquistare le magliette di gruppi simbolo perché “fa figo”, beh Icons of Death non fa al caso vostro. Ci sono tanti altri libri e riviste – anche ben fatti – che affrontano il tema. Se invece siete degli appassionati del genere o curiosi di apprenderne quanto più possibile, la prima cosa da fare è recarsi in libreria o digitare il tasto “acquista” sul sito di Shatter edizioni. Che ha pubblicato, appunto, un vero e proprio tomo (400 pagine, 22 euro) scritto con cuore, stomaco e cervello da Giuseppe Felice Cassatella.

Come un moderno Caronte, l’autore conduce il lettore lungo un oscuro viaggio nei primi anni di vita del death metal: dagli inconsci precursori fino ai protagonisti che nel secolo scorso, con i loro album hanno infranto il muro del suono, scrivendo l’epopea del sottogenere più brutale e variegato del metal. Scandito dal suono di selvaggi blast beat – pattern eseguiti in maniera tanto veloce quanto incontrollata –, Icons of Death offre una carrellata di nomi conosciuti, e non, provenienti da ogni dove (ebbene, sì: il death metal non è “solo” Obituary, Kreator, Cannibal Corpse, Morbid Angel, Pestilence o Napalm Death, solo per citare sei band intramontabili).

Di questo (e molto altro) abbiamo parlato proprio con l’autore. Che esordisce così: “Si tratta di un genere che ha dato voce alla mia generazione: ero un adolescente, o poco più, al momento della sua esplosione. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta rappresentava quanto di più estremo e ‘marcio’ ci fosse in circolazione. Gruppi composti da miei coetanei capaci di mettere in musica il nostro immaginario generazionale fatto di horror, satanismo e impegno politico. Sapere che negli Usa, in Scandinavia e persino in Brasile c’erano dei ragazzi disagiati come me, mi faceva sentire meno solo. Poi era fantastico citare nomi di band che la maggior parte dei miei amici non conosceva“.

Quindi Cassatella spiega in che modo si è avvicinato a questo sottogenere estremo del metal. “Del tutto per caso, mi hanno passato qualcosa dei Sepultura e degli Obituary. In quel periodo, poi, sulle copertine delle riviste trovavi gente come la stessa band di Belo Horizonte, i Death oppure i Morbid Angel. Parecchie recensioni parlavano dei loro dischi che poi, nel tempo, sarebbero diventati dei classici“. Da qui all’idea – poi concretizzata – di Icons of Death (che a pagina 2 e 401 presenta due illustrazioni di Welt, artista romano tra i principali tatuatori della scena musicale estrema): “In realtà ho ricevuto l’input da Nico Parente di Shatter. Mi aveva proposto di scrivere un libro sul death metal. Nel tempo, il suo spunto iniziale si è trasformato nella mia idea, cioè quella di un volume in cui, attraverso le biografie essenziali dei gruppi più importanti, narrare l’epopea dei primi quindici anni del genere. Così ho recuperato il vecchio materiale in mio possesso, soprattutto interviste dell’epoca. Ne ho aggiunte altre fatte da me nel corso degli anni e alcune realizzate ad hoc per Icons of Death. Ovviamente sono andato anche a pescare qui e là nel web“.

In realtà, per sua stessa ammissione, Cassatella ha sempre avuto una concezione del “death” quantomeno eccentrica. “L’ho sempre considerato un genere in perenne trasformazione, soprattutto nei suoi primi anni di vita. Band che nonostante il successo cercavano di superare la formula che loro stesse avevano inventato. Ad esempio: i primi album dei Death sono diversi dagli ultimi. Entombed, Tiamat, Sepultura non si sono fermati al primo traguardo raggiunto, anzi hanno fatto scelte coraggiose e non sempre ben accolte. Spero di aver fatto passare questo messaggio in chi ha letto o leggerà il libro“.

A questo punto, è irrinunciabile chiedere all’autore quali considera i gruppi imprescindibili del genere e quelli che, tra i meno conosciuti, meritano più di una chance. “Citarne alcuni è veramente complicato – puntualizza – perché, a prescindere dai gusti personali, ci sono band che hanno forgiato questo sound (talvolta, come raccontavo prima, portandolo anche su coordinate stilistiche lontane da quelle primigenie). Dovendo fare dei nomi, direi i più ‘banali’, per non sbagliare: Morbid Angel, Obituary, Death, Sepultura, Dismember, Tiamat, Immolation, Asphyx, Pestilence. Tra i meno noti, restando sempre più o meno nella fascia di anni che tratto nel libro, mi vengono in mente Disincarnate, Pyrexia, Cianide. Ma ce ne sono tanti di più“.

E i “tanti di più sono (praticamente tutti) citati in Icons of Death. Nell’introduzione del libro (all’interno del quale c’è anche qualche accenno al black metalnella parte in cui narro come questo movimento per alcuni sia stato anche una risposta al troppo commerciale al death metal“) Cassatella – che negli anni ha collaborato con le testate online Raw and Wild, Sector Noir, Metal Hammer Italia e il mensile Rockerilla – si rivolge direttamente al lettore: “Qualche band mancherà di sicuro, anche quella che tu ritieni fondamentale. Me ne rendo conto ma ho dovuto fare una scelta“. Al contempo il volume – nel quale non mancano le foto (in studio e live) delle band, nonché le copertine degli album, aspetto tutt’altro che ovvio in opere di questo tipo – il genere (e i suoi nomi di riferimento, congiuntamente alle “chicche”) viene tratteggiato in modo certosino, spaziando dagli Stati Uniti e Canada alla Scandinavia, dall’Europa centrale o dell’est all’America Latina, dall’Asia all’Oceania.

Una corrente musicale sulla quale, è bene ribadirlo, fin dai suoi albori l’immaginario collettivo ha subìto un fascino particolare anche per il tipo di grafica (loghi delle band) e di immagini (copertine dei dischi) utilizzati dai gruppi. “Credo che ciò abbia avuto un’importanza straordinaria – puntualizza l’autore – bisogna sempre ricordare che all’epoca venivamo in contatto prima con le immagini e poi con la musica. Difficilmente potevamo sentire i dischi prima dell’acquisto, mentre le copertine le vedevi sui giornali, nelle vetrine dei negozi oppure sui cataloghi di vendita per corrispondenza. Tante di quelle copertine erano ricche di mistero e inquietudine. Molte volte erano oscene e di cattivo gusto, impossibile per un adolescente resistere al loro fascino“.

Insomma, Icons of Death è – in tutto e per tutto – una lettura d’impatto, decisamente ben strutturata, densa di dettagli e riferimenti, destinata sia ai cultori sia ai neofiti del death metal. “A questi ultimi sento di consigliare l’ascolto, in particolare, di Altar of Madness dei Morbid Angel, Arise dei Sepultura e Cause of Death degli Obituary. Per chi invece vuole qualcosa di diverso, ma pur sempre classico, Focus dei Cynic, Spheres dei Pestilence e Wildhoney dei Tiamat“, conclude Cassatella. Gli crediamo sulla parola.

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