Donne del Rock: Diamanda Galás

Nel firmamento delle star una voce di donna pulsa di luce nera, indifferente ai vortici dei rotocalchi e al gossip commerciale. Appartiene a Diamanda Galás, e rappresenta una delle forme più estreme e intense d’avanguardia gotica.

Le biografie ufficiali di Diamanda sono rade e scarne.

Di lei sappiamo che nasce nella San Diego del 1955 con sangue mediterraneo, perché i suoi genitori sono due greco-ortodossi originari di Smirne (il papà James, che ha anche ascendenze egiziane) e di Sparta (la mamma Georgiana, la cui cultura d’origine ha probabilmente contribuito ad alimentare una certa immaginazione cupa: “[…]near Sparta, where my mother’s side is from, some of the oldest death rituals in the world. […] The women from my mother’s area of the world would sing these songs that would sound—they’re not songs, per se, but they’re these laments […]”) . Il suo primo approccio alla musica pare incoraggiato dal padre, direttore di un coro gospel: a 3 anni Diamanda impara a suonare il pianoforte, spaziando dalla classica, al jazz, al blues, e passando poi al violoncello e al violino. Ma la musica diventa presto il suo unico ambito di “libera” espressione (comunque vigilata: curiosamente, il padre l’ha sempre fatta desistere dall’usare anche le corde vocali, perché “solo gli idioti e le puttane cantano”. Ma poi le ha fatto apprendere le basi del bel canto).

Guardare la tv, uscire con i propri coetanei, indossare il bikini… se escludiamo i pochi diversivi musicali (ad esempio, quando a 13 anni esegue musica greca e araba nell’orchetra diretta dal padre o quando a 14 anni si esibisce con l’Orchestra Sinfonica di San Diego eseguendo il Concerto per Piano n° 1 di Beethoven), tutti gli ingredienti tipici dell’adolescenza le sono proibiti. Sviluppa allora una personalità molto celebrale. E il passaggio dalle avide letture dei suoi solitari pomeriggi delle scuole superiori (Poe, Baudelaire – di cui citerà il verso O Satan, prends pitié de ma longue misère! nel suo esordio discografico – Nietzsche, De Sade… persino il “nostro” Pasolini: tutte letture condivise con il fratello Philip-Dimitri) all’esplorazione psicotropa del periodo in cui studia biochimica all’università (arriverà comunque a specializzarsi in immunologia ed ematologia) è relativamente breve. Pare comunque che, proprio nel periodo in cui condisce l’uso (abuso) di LSD con gli eccessi sadomaso del fidanzato di turno (“I love the word ‘drag queen’, because it dates me — in those days that was the word that was used, not transvestite — it meant down home, hardcore, Southern fuckin’ hellraising drag queens — who were some of my friends! […] I lived with a lot of drag queens in Oakland that worked on the street and that were very, very tough, and I learned a lot from them. I’ve lived in a lot of different situations and I’ve learned a lot from these situations. My makeup’s been done by a lot of drag queens — who’ve done makeup for opera singers […]”), scopra le sue straordinarie potenzialità vocali:

After many years of basic classical piano lessons, I studied these avant-garde piano works in university graduate school. Then I started playing with free jazz guys like David Murray, Butch Morris…post Albert Ayler, post-Coltrane musicians. At the time it was a very heavy black scene not open to women. But I had played piano for so many years that they couldn’t deny I could do it. After playing piano for awhile with all these guys […], I thought: ‘No, the voice is the first instrument.’ These players have always modeled their mode of expression after the voice. They revered singers like Billie Holiday; often, the way they played was a reaction to the voice. The voice is the primary vehicle of expression that transforms thought into sounds, thought into message. And beyond the words (with all due respect to them), the combinations of vocal and verbal energy can be overwhelming.

Il paradosso della situazione è che certi confinamenti nella (presunta) immoralità scaturirono proprio da precise scelte morali:

I did a pre-med program and biochemistry. The unfortunate thing is that some of the med students, myself included, decided that instead of experimenting on the mice and rats, we would experiment on ourselves. That was a terrible mistake, because that got me into this whole drug culture, people who were reading B. F. Skinner and De Sade at the same time. When you start experimenting on yourself you forget that, if you’re not careful, it’ll be a lifelong process. I’ve always regretted the fact that I didn’t stay there. But on the other hand if I’d stayed I wouldn’t be doing the [artistic] work that I later did, which is just as experimental. I’m happiest when I’m doing research.”

E mentre si apre alle più varie sperimentazioni vocali (tra cui i vocalizzi in camere anecoiche, il canto difonico tibetano, e tanto, tanto esercizio sul respiro: “Breathing is essential to being a good singer. Breathing isthe voice. So, if you don’t know how to breathe then you don’t know how to sing.”) e non, Diamanda inizia a interessarsi al problema della sieropositività (purtroppo, diffuso nel suo giro di amici e conoscenti), ed avvia un progetto personale (Plague Mass) di sensibilizzazione rispetto all’AIDS. Due anni dopo, scopre che anche Philip-Dimitri l’ha contratta.

Diamanda trae non poca forza dalla sua “nuova” vocazione, nonostante la esponga anche a continui fraintendimenti (“These journalists who are outside the community look at my work and it scares them because it’s the voice of the people who are sick themselves. Because it doesn’t offer “entertainment,” they can’t imagine that people want to hear it. They look at music as a placating medium…I separated my work from a safe and useless concept of “music” back in 1974. Music that is truly meaningful contains a distillation of reality–and usually that’s tragedy. ”). E il fortuito incontro con le persone “giuste” la porta, a metà degli anni Settanta, a esibirsi in ospedali psichiatrici su invito del Living Theatre..

Fino a quel momento, probabilmente, Diamanda non si era posta consapevolmente alcune questioni tipiche dell’espressionismo astratto newyorkese, in primis l’idea di rintracciare ed evidenziare l’arte nella vita – soprattutto, nell’ esperienza del dolore – di persone comuni:

One day I saw a son in the audience sitting with his mother, and I thought it would kill me because he was visibly very sick, I could see it. And I thought to myself: ‘How dare you do this work, how dare you break his heart!’. And then I found out later, from his mother, that he had wanted to come to the show because it made him feel better. And it made him feel better because someone was actually telling the truth about how he was experiencing life. And there were other people there who were experiencing life the same way, so he didn’t have to feel alone.

Tutto la porta a dare voce all’uomo della strada: a partire dal suo esordio artistico ufficiale (il Festival d’Avignone del 1979) contribuisce a rappresentare l’arresto e le torture – debitamente documentati da Amnesty International – patiti dalle donne turche nell’opera Un Jour Comme Un Autre del compositore slavo Vinko Gmobokar. Seguito da un tour che la rende famosa presso il grande pubblico europeo, nel 1982 esce con The Litanies of Satan, il primo, feroce e insuperabile album di una carriera oscuramente elettronica e drammaticamente canora. Le sue corde vocali stridono e si mortificano come sotto tortura, friggono, sgommano e frenano come pneumatici, si tendono, torcono e logorano come gomene. La complessa gamma delle sonorità emesse sembra evocata, tramite un malefico Sabbath, da un bestiario medievale o da un orrido in cui languono Cerberi e Arpie. L’apice sono i 12 minuti a totale riempimento vocale (seppur col supporto di qualche sovraincisione) dell’immanente Wild Women With Steak-Knives (The Homicidal Love Song For Solo Scream). Ma niente – niente! – è lasciato al caso: “I’m often working on translating things, turning these ancient texts into music. It’s real work. Once you really get into the language, finding yourself surrounded by Greek and Latin dictionaries, trying to get to the roots of all these words, trying to gain a deeper understanding of this poetry… then it becomes intoxicating. So many translations are actually full of shit, so you have to do your own work to really understand the material. If you’re a singer, you’ll never get anywhere unless you really understand the words you are singing.

Nel 1984, (anno di uscita del secondo album, omonimo), dal più deliberato uso dell’elettronica nasce l’angosciante delirio bionico-onirico dell’oppressiva Panopticon, con cui sancisce una produzione musicale dai contenuti marcatamente politici – a cui, in verità, preludeva già la sua Song From The Blood of Those Murdered (1981), di condanna della dittatura che colonnelli che ammorbò la Grecia tra fine degli anni Sessanta e inizio degli anni Settanta. Nello stesso album, Tragouthia Apo To Aima Exoun Fonos fa da allucinato contraltare infernale, lento – con i suoi lirismi da soprano sfogato – e ossessivo – al limite della crisi epilettica. Dalla sua bocca, posseduta da chissà quale demone della musica, non escono parole ma direttamente le anime dei morti: il suono sta a lei come l’ectoplasma al medium.

Nel 1986 Diamanda perde l’amato fratello: l’AIDS lo spegne poco prima che lei concluda la trilogia operistica The Masque of the Red Death (composta da The Divine Punishment, Saint of the Pit e You Must Be Certain of the Devil, e dedicata alle sofferenze dei malati di AIDS), il cui primo volume è stato registrato poco prima che Philip-Dimitri ricevesse l’infausta diagnosi.

Philip-Dimitri, che era un drammaturgo e soffriva molto dello stigma che subiva come omosessuale, aveva fatto dire a un suo personaggio femminile: “There should be a law passed to keep people like me from being alone with their thoughts for too long.” Non sappiamo se perché scossa da questa frase, ma a seguito della dipartita del fratello Diamanda si unisce all’organizzazione sovranazionale ACT UP (AIDS Coalition to Unleash Power) arrivando, tre anni dopo, a farsi arrestare durante la manifestazione Stop the Church (che contesta i principi morali della Chiesa Romana distribuendo preservativi nella Cattedrale di St. Patrick a NYC). Non paga, la Galás torna a New York un anno dopo, nel 1990, per un concerto (inciso nel live Plague Mass), presso la cattedrale di St. John the Divine, in cui non mancherà di criticare nuovamente la Chiesa Cattolica. Ma stavolta l’operazione non si conclude con l’ arresto, anzi… sulla successiva edizione del Bay Area Reporter qualcuno scriverà: “Galas combined ululating shrieks, whispers and howls with an intensity that left the audience stunned.

Nel corso degli anni Novanta la cantante “capable of the most unnerving vocal terror” si fa anche performer e colleziona incarichi e featuring di tutto rispetto. Nella lunga lista di collaborazioni troviamo Nick Cave and the Bad Seeds (per la colonna sonora di un ipotetico film noir), John Paul Jones dei Led Zeppelin (con cui fa uscire la sua fatica del 1994: The sporting life, uno dei suoi lavori più accessibili al grande pubblico), Oliver Stone (per la colonna sonora – stavolta vera – di Natural Born Killers), gli Erasure (per la realizzazione del loro settimo album), Iggy Pop, Marianne Faithful e Debbie Harry (per un originale tributo ad Edgar Allan Poe, Closed on Account of Rabies, del 1997: Diamanda dedicherà a The black cat la bellezza di 36:58 minuti!), e molti altri. Oltre all’album del 1994 con John Paul Jones e a The singer (che lo precede di due anni, con una grafica di copertina finto-pop celante il motto We are all HIV “tatuato” sulle sue nocche… e un sound troppo “nostalgicamente” blues e jazz) la stessa decade è veramente prolifica di concerti – e relativi album live.

Dicono che persino Yoko Ono, presentatasi a un suo concerto in veste di “musicista sperimentale” – con un misto di sufficienza e curiosità – ne sia uscita così spiazzata e stizzita da mettere in giro la voce di essere stata una sua fonte d’ispirazione (“Without Yoko Ono there’d be no Diamanda Galás.”) . E Diamanda, che la conosceva più per chi aveva sposato che non per quello che avrebbe potuto comporre, ha sempre avuto cura di rettificare (ripiegando abilmente su un’altra musa: Patty Waters).

Comunque a partire dal già citato Plague Mass (1991), considerato da alcune testate giornalistiche uno dei 100 migliori album degli Novanta, la decade è costellata da altri album live di rilievo: Vena Cava (1993: è la prosecuzione asciutta e angosciosamente minimale di Plague Mass, interpretando con multiple personalità gli scritti di fine vita del fratello); Schrei X (del, 1996, demoniaco quanto basta a fomentare ulteriormente le critiche di satanismo che già giravano sul suo conto, nonostante il suo dichiarato agnosticismo, e l’intento esplicito di denunciare semmai, con questo album, la pratica della tortura) di cui svelerà: “Schrei — it means ‘shriek.’ There was a German theatre [a inizio XX secolo] called the Schrei theatre that was very minimalistic. There would be one or two words, silence and then movement. We know about it from writings and manifestos — Kasimir Edschmid and others. It was destroyed by Hitler […] in 1996 I decided to do it as a live performance work, and it became Schrei X, now including text by Saint Thomas Aquinas on punishment, as well as my original writing. It was in quadrophonic sound — I was in a cage of microphones, and so were the audience. The piece was brief but it was very intense. When I performed it in Prague, people were screaming at me, ‘Shut up you fucking bitch!’ ”); e infine il suo concerto per dannati Malediction and Prayer (del 1998, contiene, tra i tanti riferimenti degni di nota, una toccante Supplica a mia madre firmata Pier Paolo Pasolini).

Il palcoscenico, e non lo studio, è il suo habitat naturale. Se ne accorgono sempre di più artisti di ogni provenienza, tra cui i registi del calibro di Francis Ford Coppola – che la vuole nel finale del suo Dracula (1992). Se ne accorgono poi anche altri, che però a fine esibizione l’accusano di blasfemia e la denigrano (e in questo caso vantano un triste primato anche le istituzioni italiane – e il Vaticano! – in occasione del fiorentino Festival delle Colline, a cui Diamanda partecipa nel 1990). Niente di più sbagliato, vista la visione spirituale dell’artista greco-americana: “I come from an agnostic family, but at the same time, it’s a Greek Orthodox, so there’s a combination of that. A lot of Greeks would agree with me when I say to be a Greek Orthodox atheist is to have the certainty of the Devil with no hope in God. […] I look at religion more as geography of a mentality, of laws, […] As a book of laws, rules of behavior that either allowed certain societies to evolve and then evolve the laws with them, or were not allowed to evolve and therefore are stentorian of all behavior and all freedoms. I don’t really have an interest in religion per se.

Comunque, per chi invece può e vuole capire, Diamanda continua a premere i polpastrelli sul pianoforte e a far vibrare orridamente le proprie corde vocali in giro per il mondo.

Purtroppo nei successivi album, quasi tutti live, la sua cifra stilistica ribelle e “posseduta” si fa quasi manierosa, e le frequenti cover che sottopone al grande pubblico sembrano sempre più ridondanti, innanzitutto verso le proprie capacità interpretative – anche se, ancora adesso, cogliere l’ostentato “Sono come un gatto bruciato vivo” nella sua notevole Holokaftoma lascia non poca pelle d’oca in chi l’ascolta. E, a proposito di italiano e di italiani, sarà per l’incontestabile bravura, o sarà – almeno un poco – per farci perdonare per l’increscioso incidente fiorentino, ma nel 2005 la regina dello sperimentalismo underground viene insignita del Premio Demetrio Stratos alla sua prima edizione; e, ancora, l’abbiamo ospitata a Udine, sei anni dopo, dove – insieme con l’artista italo-russo Vladislav Shabalin – ha esibito Aquarium, un’installazione sonora ispirata al disastro ecologico del Golfo del Messico. Seguono poi collaborazioni e intersezioni con i più disparati artisti e forme d’arte (dal black metal greco, alla danza moderna, alla recitazione, al punk giapponese, e via dicendo)… ma la forbice tra l’artista e la donna, entrambe alla ricerca dell’ “unico modo per sentire la vita” (per dirla con Pasolini) progressivamente si allarga. E dopo essersi lungamente esposta alla luce dei riflettori, la brillante Diamanda avverte il bisogno di ritornare – nonostante le ristrettezze economiche che la spingerebbero in tutt’altra direzione – a una più crepuscolare intimità (e non solo per riavvicinarsi ai genitori nel frattempo diventati molto anziani e malati: “I certainly believe in the importance of honoring one’s art, but that’s all very hollow if you aren’t also taking care of the people in your real life.”). Tanti anni di denunce e battaglie (“If you were to look back on my body of work, which I don’t need to, you would see that literally everything has to do with these things: military invasions, the AIDS crisis, mental illness, death.”) sembrano averla logorata, in senso sia fisico (“When I finished that performance, there was blood all over the keyboard. I couldn’t imagine why. What I had done is I had broken my nails, all of them, when I was playing.”) che mentale:

The people I’ve spent time with were also people that were kinda loners, and in the old days we would sit around at cafés and make really terrible jokes, and have these absolutely decrepit dialogues. I loved it, and I was really happy. They’re all dead now, from AIDS. So there it is. I had such a good time. My friend Carl Valentino — I called him my gay husband — he and I used to have the most wonderful times. […] Things have changed since then. I’m not saying that people are more humorless… or maybe they are! It’s called wittiness. […] there’s someone who’s really witty — but how many of them are there? How many people are like that? This is something I miss much, and hopefully I’ll find it again.”

E a chi, temendo un suo ritiro dalle scene (“I’m not social person at all. […] I actually think that spending a lot of time alone is one of the great luxuries we have left. […] I don’t even live with anyone. I don’t see the point. Why would I want to get married and have children? It’s been done! I’m not saying it’s a bad thing for those who feel committed to it, it’s just not my lust for life” ) le chiede se e quando sarà possibile riascoltare qualche suo lavoro, magari dal vivo, risponde: “I’m putting that off for a few years. No one need apply, please”.

Un pensiero su “Donne del Rock: Diamanda Galás

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...