Jeff Buckley – Grace

Un solo album, per cosa? Per divenire leggenda? Troppo e veramente decisamente banale. Un album, un solo album per esprimere al mondo dell’arte cosa significa e cosa sia la sensibilità. Cosa sia un animo pieno di sentimenti. L’amore, il dolore, la rabbia, una bella voce ed un sound personale. Se vi viene da piangere per queste dolci melodie, e questi testi così pieni di pathos, è perché della sensibilità ce l’avete anche voi. Non vi renderà di sicuro deboli, al limite vi rafforzerà e vi farà prendere auto-consapevolezza. Prima dei suoi acuti di voce c’è il cartello: “Attenzione, ora vi si scioglie il sangue nelle vene”. Jeffrey Scott Buckley è un cuore latino, ed il suo unico lavoro Grace basterà a farci capire cosa aveva dentro in quel 1994. Solo questo ha potuto…

Non è insolito che il disco cominci con un arpeggio melodico. Proprio Jeff Buckley che della melodia ne era maestro. Molta sofficità, siamo seduti su una nuvola con soft drink ad accompagnarci. Hey non è un caso, l’inizio è proprio così: “I’m lying in my bed, the blanket is warm”. E’ solo che lui volesse che accanto ci fosse lei… La descrive ma l’armonia non è triste: c’è solo spazio per la parte positiva del ricordo. Il suono squillante della sei corde rende palese il suo pensiero. “If you laid at my side, wouldn’t need no mojo pin”. La Mojo Pin è una sorta di amuleto magico.

La title-track Grace parte con corde dal sound molto aperto, sbarazzino quasi… Un arpeggio contento come a vedere un bambino che gioca con i Lego. Ma sì, potremmo morire, potrei morire anche domani, ma non ce ne frega: “Oh drink a bit of wine, we both might go tomorrow“. Soliti acuti di voce di Jeff, non strazianti ma decisamente malinconici. Ritorna un sound allegro, ma allora di cosa stiamo parlando? “Wait in the fire” ripete alla fine incessantemente. Ma di cosa stiamo parlando, ripetiamo, allora? Stavolta urla di spavento, forse Buckley si è reso conto della gravità della situazione. Forse una premonizione…

“It’s over” recita alla fine Last Goodbye. Nessuno da la colpa all’altro per un amore finito, anzi sembra che ognuno voglia prendersi le sue responsabilità. Si chiede un altro bacio desideroso e non per pietà: “Kiss me, please kiss me, but kiss me out of desire, babe, not consolation”. Si comincia con un tenero slide che cede alla chitarra acustica, dolce nel suo giro e che ti accompagna nel superare questo dolore. La voce calda di Jeff ti consola con malinconia ma nel ritornello l’acuto rimanda all’ululato di un licantropo che sfoga il suo dolore alla luna piena. Il sound in generale vuole ispirare pacatezza, un amico che ti da una pacca sulla spalla. Ma un amore è finito è fa male. E se la colpa non è di nessuno dei due come si accetta una cosa del genere? Neanche gli archi in sottofondo hanno una risposta. Però qualcosa di più concreto c’è… Il pezzo è scritto in merito alla separazione tra Jeff e l’attrice americana Rebecca Moore.

Accordi molto lenti e profondi aprono Lilac Wine. Ed ancora parole d’amore e dolcezza… Basta, vogliamo qualche litigio! A proposito, ma avevate mai sentito parlare di vino li lillà? Hope Foye è l’autore del pezzo, un altro che l’odio non sa proprio cosa sia.

E’ Buckley che ha reinterpretato anche la cover più famosa di Hallelujah di Leonard Cohen. E’ un pezzo molto spirituale, ovviamente pieno di fede e che ispira vari sentimenti. Potrebbe essere così carico di emozioni da poter tristemente accompagnare un funerale, o un abbraccio di due persone che non si vedono da tempo o comunque un bel sentimento così intenso da sfociare in lacrime.

In tutto questo ovattamento c’è spazio anche per il pezzo grunge Eternal Life, ma l’album è molto spirituale, ogni pezzo potrebbe fare da sottofondo ad una seduta di yoga. Si mettono comunque in evidenza anche fragilità emotive tipiche di un animo sensibile e buono. Nella metà degli anni ’90, dove il grunge diventava sempre più prepotente, ed il metal sempre più rabbioso, Jeff dice: “Calma un attimo amici, stiamo dimenticando i sentimenti più profondi, quelli che ci permettono di godere delle piccole e grandi gioie quotidiane con le persone alle quali vogliamo bene”. E lo fa con un rock molto elegante, molto semplice, giusto a dare quel tocco di energia che non deve mancare neanche nella carezza più delicata.

Tracklist:
01. Mojo Pin
02. Grace
03. Last Goodbye
04. Lilac Wine
05. So Real
06. Hallelujah
07. Lover, You Should’ve Come Over
08. Corpus Christi Carol
09. Eternal Life
10. Dream Brother

Line-up:
Jeff Buckley – voce, chitarre, armonium, organo, dulcimer, tabla, produzione
Mick Grondahl – basso
Matt Johnson – batteria, percussioni, vibrafono
Michael Tighe – chitarra
Gary Lucas – “Magical Guitarness”
Loris Holland – organo
Misha Masud – tabla
Karl Berger – arrangiamenti degli archi

Anno: 1994
Etichetta: Columbia
Voto: 9/10

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