Donne del Rock: Tarja Turunen

Un weekend autunnale di 15 anni fa, Tarja Turunen si connetteva, visibilmente agitata, al sito dei Nightwish. Dalla propria postazione leggeva – e rileggeva, incredula – una lunga lettera aperta scrittale dagli altri membri della “sua” band (incluso Tuomas Holopainen, figlio di quella Kirsti Holopainen che le impartiva lezioni di pianoforte dall’età di 6 anni) e pubblicata on line, a sua insaputa, dopo 9 anni di musica insieme. Una lettera di cui le era già stata consegnata una copia cartacea il venerdì immediatamente precedente, ma con raccomandazione di non aprirla nelle successive 24 ore. Ci sembra quasi di vederla mentre, come minimo un po’ interdetta, ritorna più volte su alcuni passaggi in particolare:

[…] Ci hai detto che, indipendentemente da tutto, il prossimo album dei Nightwish sarebbe stato il tuo ultimo. Nonostante ciò il resto di noi vuole continuare, finché ci sarà la passione. Perciò non ha senso fare il prossimo album ancora con te. […] Nel Dicembre 2004, in Germania, hai detto che non saresti stata più in tour per più di due settimane consecutive. Hai anche detto che ci potevamo scordare gli Stati Uniti e l’Australia, perché i compensi erano troppo bassi e i locali troppo piccoli. […] Non ci siamo mai sentiti disturbati dal fatto che tu non partecipassi alla scrittura e all’arrangiamento dei pezzi, in 9 anni non sei mai venuta a preparare i pezzi con noi prima di entrare in studio. Non ci ha mai dato fastidio il fatto che in tour hai sempre voluto prendere l’aereo assieme a tuo marito, separatamente da noi. Non è il fatto che sei indiscutibilmente l’immagine della band. Abbiamo accettato tutto e ci è sempre andato bene, eccetto l’avidità, la poca importanza data ai fan, la rottura delle promesse. Eravamo d’accordo tutti e cinque che i Nightwish dovevano essere la priorità in tutto ciò che avremmo fatto nel 2004-2005. Ma nonostante ciò c’erano molte cose più importanti per te. […] Non potrei pensare a un modo più brutto di essere così egoista e di deludere i nostri fan. I Nightwish sono uno stile di vita e un lavoro con molti obblighi. Tra di noi e verso i fan. Con te non possiamo più portare avanti i nostri doveri. […] Non siamo molto fieri di questa decisione, ma non ci hai dato scelta. La distanza tra di noi è troppo grande. E la decisione è stata presa da noi quattro all’unanimità. Siamo oltre il punto in cui le cose possono essere sistemate parlandone.

Forse, per provare a immaginare come le cose siano potute arrivare a questo punto, occorre fare un passo indietro.

Tarja Soile Susanna Turunen nasce nel 1977 nella Carelia settentrionale dalla signora Marjatta e dal signor Teo Turunen, 7 anni dopo il fratello Timo e 5 anni prima del fratello Toni. Una famiglia (fin troppo) amorevole e supportiva che, oltre a “viziarla” un po’ (il suo bisogno infantile di essere sempre al centro dell’attenzione attirò persino l'”interesse” di alcuni bulletti, che l’additavano con l’equivalente finnico di espressioni come “cocca della mamma” e affini) riconosce e incoraggia il suo precoce talento per la musica: iniziano così le lezioni di canto corale e di piano presso la scuola primaria della propria cittadina (Kitee), a cui durante la crescita si aggiungeranno i rudimenti di flauto traverso, chitarra e batteria. Dalla sua ammirazione adolescenziale per Whitney Houston e Sarah Brightman (e soprattutto per quest’ultima in Phantom of The Opera ) scaturisce una voglia di emulazione che la porta a preferire lo studio del canto agli altri strumenti e a una prima esibizione, dagli esiti incoraggianti, presso la chiesa di Kitee (1992).

A 13 anni Tarja capisce dove vuole arrivare ma non sa ancora bene come. Il canto lirico sembra la giusta via: Karina Ollily , del prestigioso college musicale Savonlinna, la aiuterà a diplomarsi velocemente e a pieni voti come mezzo-soprano drammatico. Segue l’ammissione alla Sibelius Academy of Music di Kuopio (dove è la più giovane della sua classe) e l’agognata – e sudatissima – evoluzione a soprano lirico.

Non è nemmeno ventenne quando partecipa al Savonlinna Opera Festival e Tuomas Holopainen (nel frattempo diventato tastierista) la ricontatta: da quella che sarebbe dovuta essere una rimpatriata serale tra amici d’infanzia presso un vecchio cottage in riva al lago nasce invece l’embrione (acustico, e con la partecipazione anche di Erno Matti Juhani “Emppu” Vuorinen alla chitarra) di un progetto poi destinato a rendere universalmente popolare il symphonic metal. Nello stesso anno (1996) esce il loro primo demo (intitolato proprio Nightwish e contente tre canzoni) a breve seguito da un altro brano acustico (Angel Fall First ) che darà il nome al loro primo album (uscito nel 1997 grazie all’arrivo del batterista Jukka Antero “Julius” Nevalainen e alla sostituzione della chitarra acustica con l’elettrica. Sami Vänskä, al basso elettrico, sarebbe arrivato solo nel 1998). La finlandese Spinefarm Records, apprezzato alla prima il loro metal melodico, li mette sotto contratto per 3 album.

Nel video del singolo d’esordio (The Carpenter) Tarja, nonostante i lineamenti ancora marcatamente adolescenziali, dà prova di sapere già il fatto suo. Gli ultimi dubbi in tal senso verranno dissipati in occasione della registrazione (audio e video) dell’intensa e commuovente ballad dedicata all’eclissi solare tedesca del 1999, Sleeping Sun, seguita dal disco d’oro per l’album Oceanborn, nell’agosto dello stesso anno, di cui però la nostra non era ancora soddisfatta: “[…] all’epoca – ricorda – lottavo con la tecnica, avevo appena iniziato, fu difficile per una cantante lirica come me rendere al massimo in una heavy metal band”. Per questo non rinunciava mai a esperienze potenzialmente formative, come cantare per il balletto rock Evankeliumi dei Watari alla Finnish National Opera (1999) .

Nel 2000 il contributo di Tarja è decisivo per conquistare il pubblico non solo dell’Eurovision Song Contest (che assegna ai Nightwish il primo posto del voto popolare, malgrado la giuria non li facesse salire oltre il terzo gradino del podio) ma dell’intera Finlandia, che farà esordire direttamente in cima alla classifica anche la loro terza fatica, Wishmaster. Seguono un disco d’oro a due ore dall’uscita (e un disco di platino per le successive due settimane) per il nuovo album Century Child (2002), in cui a Tarja è permesso di valorizzare meglio la sua formazione originaria grazie all’abbondante ricorso ad accompagnamenti orchestrali. Ma, anche, grazie all’abnegazione con cui si è dedicata, nel frattempo, agli studi presso la tedesca Hochschule für Musik di Karlsruhe (che ha il pregio, a differenza del precedente college di Savonlinna, di non farle pesare la “bizzarra” scelta di integrare lirica e metal: “Ho vissuto questa integrazione sin dall’inizio della mia carriera. Sono due mondi che mi hanno completato da un punto di vista professionale, la loro combinazione è sempre esistita e per me sono due facce della stessa medaglia.” E ancora, in un’altra intervista: “Questo è ciò che è stato l’heavy metal almeno per me: la bellezza. Quando ho iniziato a cantare con i Nightwish cercavamo la bellezza, non eravamo una band come i Manowar o gli Slayer…avevamo la voce femminile, qualcuno ci chiamava soft metal, ma abbiamo sempre avuto il gusto per le cose belle: la melodia, l’energia, le vibrazioni positive.”).

Non è quindi un caso che in questo periodo alla cantante dalla volontà di ferro riesca di misurarsi magistralmente anche con il brano da cui – per lei – nacque tutto: Phantom of the Opera. Come dichiarerà successivamente, in un’intervista “rubata” dietro le quinte del poderoso rock show Beauty and the Beat: “Raramente mi prendo una pausa, io sono una vera “workaholic”, me lo dicono in molti, ma per fortuna riesco a godermi anche il mio tempo libero […] non posso vivere senza la musica […]”

Come spesso accade in questi casi, dietro a un’importante crescita professionale e commerciale c’è (anche) un buon manager. E a Tarja il proprio (eh sì: ne aveva uno diverso dallo “storico” Ewo Pohjola – a.k.a. Ewo Rytkönen – che seguiva i Nightwish dagli albori) piacque così tanto che se lo sposò: era il 2003, e il matrimonio (segreto) con l’argentino Marcelo Cabuli, che tanta felicità sembrava portare nella vita (in ascesa) della bella finlandese, non ebbe forse gli stessi esiti sul resto della band.

Per chi all’epoca osservava la situazione dall’esterno non era facile notare i primi segnali dell’irreparabile rottura che si sarebbe verificata da lì a un paio d’anni. Anzi, nel 2004 esce Once e, ancora una volta, Tarja non sbaglia un colpo: se il quinto album dei Nightwish entrerà nella storia della musica è sicuramente grazie anche a Nemo, poi confluito nella colonna sonora di The cave, che, con i cori e l’accompagnamento della London Philharmonic Orchestra, è considerata ancora oggi una delle più belle canzoni metal con voce femminile di tutti i tempi. Eppure tutto ciò non sembrava bastare. Fare parte dei Nightwish significava, negli intenti del fondatore, uno “stile di vita”. E quegli spostamenti paralleli dei coniugi Cabuli durante i tour, il loro soggiornare in alberghi diversi da quelli scelti dal resto della band, e il continuo lamentarsi di Tarja per – dicono – gli angusti spazi dei suoi alloggi o il poco tempo libero in agenda resero Tuomas e ancor più Marko (Marko Tapani “Marco” Hietala, bassista e cantante che dal 2001 l’aveva anche alleggerita dalla pressione data dal dover tenere da sola il palco) piuttosto furiosi. Ora, stando almeno a quanto si vede nel documentario End of an era, Marcelo non lascia mai Tarja da sola con la sua band. E questo potrebbe effettivamente aver contribuito all’insorgenza di alcune difficoltà di comunicazione. Sempre nella famigerata lettera, Tuomas tuona: “L’esempio supremo è stato lo show di Oslo […] che hai voluto annullare perché dovevi riposarti per i tuoi concerti solisti, incontrare amici e andare al cinema. Queste sono le parole che Marcelo ha usato in una e-mail per spiegare l’annullamento. E questo è solo un esempio dei tanti. ” Si erano forse già indispettiti per quel concerto classico Noche Escandinava a cui Tarja partecipò in Sud America, nel 2002, poco prima di partire per il Century Child Tour, oltre che per le altre attività in cui Marcelo cercava di promuoverla come solista?

Comunque, dopo un inizio 2005 di rincorsa dei vari impegni, tra cui le registrazioni di un nuovo DVD e la fine dello sfinente ma strepitoso tour promozionale di Once (tra l’altro, ricco di sold out) rieccoci alla doccia fredda del 21 ottobre:

“[…] non possiamo più andare avanti così con te e Marcelo. Durante l’ultimo anno è accaduto qualcosa di triste, a cui penso ogni giorno, dal mattino alla sera. Il tuo atteggiamento e il tuo comportamento non possono più accordarsi con i Nightwish. Ci sono cose che non avrei mai creduto di vedere nella mia vecchia cara amica – scrive, appunto, Tuomas – […] Sembra che sfortunatamente per te il denaro, gli affari e tutte le altre cose che non hanno niente a che fare con queste emozioni siano diventati più importanti. Ti senti come se avessi sacrificato te stessa e la tua carriera musicale per i Nightwish, invece di pensare a ciò che ti è stato dato. Questo atteggiamento l’ho visto chiaramente in due cose che mi hai detto su un aereo a Toronto: “Non ho più bisogno dei Nightwish” e “Ricorda, Tuomas, che io potrei lasciare questo gruppo in qualsiasi momento, dandoti solamente un giorno di preavviso”. Semplicemente, non posso più scrivere canzoni per te. Hai detto tu stessa che sei più una “musicista ospite” nei Nightwish. Ora la tua visita finisce e i Nightwish continueranno con una nuova cantante. Siamo sicuri che questo sarà un grande sollievo, sia per te che per noi. Siamo già stati male abbastanza.”

Insomma: ti diamo il benservito a reti unificate ma – checché ne dica il bon ton (o la saggezza popolare: in Finlandia non esiste l’equivalente de “I panni sporchi si lavano in famiglia”?!?) – non prendertela con noi, perché la colpa è tua.

Un po’ per le scelte comunicative – che senza dubbio non giovavano alla trasmissione del contenuto – un po’ per le varie captatio benevolentiae rivolte ai fan (piuttosto sospette, a maggior ragione se lo stesso Tuomas precisa a un certo punto: “[…] ho sempre detto che se Tarja avesse lasciato i Nightwish sarebbe stata la fine della band“) Tarja non ha potuto far passare troppo tempo dalle spiegazioni che tutti, dai collaboratori ai media, hanno cominciato a chiederle in modo sempre più ossessivo. Ed è così che lei, con fare più e meno discutibile, decide di ricambiare qualche giorno dopo, con le stesse modalità:

[…] Al momento sono in Argentina. Spero che possiate capire che dopo questo scioccante cambiamento di vita, accomunabile a un divorzio, non me la sono sentita di rimanere da sola a casa in Finlandia. Mio marito aveva già prenotato mesi fa il suo biglietto per tornare in Argentina e ho deciso all’ultimo momento di seguirlo. […] Venerdì 21 Ottobre scorso era un giorno che tutta la band aspettava da tantissimo tempo. Le prove sono cominciate la mattina presto. Mi sentivo molto male ed ero nervosa per il fatto di non essere stata capace di cantare durante le prove. Ero anche nervosa perché il programma del concerto era più lungo dei soliti concerti dei Nightwish. Inoltre avevamo uno special guest che si sarebbe esibito con noi […] Senza dimenticare il fatto che il concerto doveva essere registrato e filmato. Noi cinque ce l’avevamo finalmente fatta a suonare all’Hartwall Arena. Nonostante il fatto che tutti sapevamo già da subito che il concerto era sold out, quando finalmente siamo saliti sul palco abbiamo visto la gente gridare e applaudire. Era una sensazione incredibile. […] Quando il concerto è finito ho pianto di felicità sul palco. Lacrime di felicità […] Dopo il concerto, i ragazzi mi hanno invitata a raggiungerli nel backstage e mi hanno chiesto di abbracciarci tutti assieme. È stato strano anche se era il solito abbraccio che ripetevamo sempre prima di ogni concerto. La tradizione era sempre rimasta tra di noi, anche se la tensione e lo stress c’erano già da parecchio tempo. La mia prima reazione è stata quella di ringraziarli, cosa che ho fatto a voce alta, ma senza alcuna risposta. Dopo mi hanno dato una lettera e mi hanno chiesto di leggerla il giorno seguente. La stessa lettera che ora è stata resa pubblica. L’ho letta e sono rimasta scioccata. […] continuo ad avere sentimenti confusi riguardo ad essa, ma non voglio rispondere a questa rabbia con ancora più rabbia. Le questioni private non dovrebbero mai essere esposte in pubblico. […] Oltre a questo c’erano tantissimi altri modi per esprimere quello che hanno voluto dirmi con la lettera, ancora non riesco a capire il modo in cui hanno deciso di gestire la situazione. Sono dispiaciuta che i ragazzi mi abbiamo capita così male. Non mi riconosco per nulla nel modo in cui mi hanno descritta. Hanno detto cose cattive su di me, ma il fatto che abbiano coinvolto Marcelo, mio marito, ha oltrepassato il limite. […] Siamo stati band mates per 9 anni, abbiamo vissuto momenti belli e brutti. Credevo di conoscerli, ma sbagliavo. Siamo stati band mates per 9 anni, abbiamo vissuto momenti belli e brutti. Credevo di conoscerli, ma sbagliavo. […] La magnifica musica che abbiamo creato insieme non verrà toccata dagli eventi recenti. Molte grazie a tutte le persone che mi stanno supportando durante questi brutti momenti. La mia famiglia, i miei amici, i miei colleghi e un gran numero di fan. Vi voglio bene e sento davvero di non avervi delusi. […]

Tra i fan (e i professionisti del gossip musicale) cominciarono a circolare in men che non si dica alcune alcune versioni “rivedute e corrette” dell’intera faccenda: in realtà non è che Jukka e Emppu fossero proprio d’accordo (?), è Tuomas che è stato costretto da Marko, che minacciava di lasciare la band (!?); quanto a Marko… Sì, poteva anche aver preso l’iniziativa, ma la conferma che la trovata era buona gliel’aveva data il manager (!?!) che a sua volta non poteva non raccogliere i malumori di Emppu che non trovava giusto dover sacrificare i propri side projects nel nome dei Nightwish quando altri membri della band il problema proprio non se lo ponevano. E via dicendo. Solo timidissime e velatissime forme di scostamento dalla presa di posizione ufficiale della band, nemmeno delle scuse, per quell’indifendibile esibizionismo a cui sacrificarono non tanto la band che erano diventati, ma il gruppo di (veri?) amici che erano stati in passato. Comunque, se anche qualcuno avesse privatamente “ritrattato” con Tarja, probabilmente non verrebbe divulgato mai. Un po’ perchè è verosimile che, sotto sotto, la rottura fosse stata presagita da tutti i soggetti coinvolti come inevitabile (posizione su cui nel tempo si sono, ad esempio, “assestati” molti dei loro fan club ufficiali). E poi perchè, se non si fosse capito, Tuomas e Marko, nel dubbio, sono due tipi che è meglio non fare inc…, pardon, arrabbiare (e se Anette Olzon – subentrata a Tarja nel 2007 per essere poi sbrigativamente “liquidata” nel 2012 a favore di Floor Jansen – non fa che ripetere, a distanza di anni, “Tornassi indietro, non suonerei mai più con loro. […] Penso che sarebbe interessante parlare con Tarja Turunen e confrontare le nostre esperienze“, forse c’è un perchè).

Ora, con il senno di poi potremmo domandarci se la principale – forse unica – imprudenza (o ingenuità) di Tarja non sia stata l’incondizionata delega a Marcelo delle sue finanze: un mandato difficile da ridimensionare una volta subentrata la dimensione di coppia. Da questo punto di vista si può comprendere, umanamente parlando, il suo schierarsi per partito preso dalla parte del marito. Ci si chiede se tutta la vicenda non sia degenerata anche per un “banale” misconoscimento dello stress da tour. Quest’ultima ipotesi sembra supportata dai fatti: come spiegare altrimenti le decine e decine di concerti dei Nightwish con Tarja successivi suo licenziamento, nonostante le continue rimostranze di Marcelo (detto tra noi: ma se fosse “solo” stato un po’ geloso della bella moglie?) e persino i battibecchi tra Spinefarm, Nuclear Blast e King Foo (che vi risparmiamo)?

Non sappiamo se per cercare di trarre profitti dal ruolo di manager avido che ormai gli era stato affibbiato, o perchè – come sostengono quanti non hanno mai mandato giù la rottura tra i Nightwish e Tarja – davvero calato nel ruolo dell’arrivista sfrontato tipico dello stereotipo postcoloniale di macho argentino… ma Marcelo (mentre attendeva il rientro della moglie dall’ennesimo concerto dei Nightwish? Chissà) fu tra i primi ad accaparrarsi e studiarsi “Once Upon a Nightwish: The Official Biography 1996-2006” di Marko “Mape” Ollila concludendo che la parte a lui riservata nella narrazione era diffamante. La cosa – nemmeno a dirlo – finì in tribunale, con la casa editrice (la Like Kustannus Oy) che, più incredula che allarmata, rispondeva alla richiesta di risarcimento (100.000 € per essere stato descritto come la principale causa di separazione tra Tarja e i Nightwish) limitandosi a documentare le fonti a cui Mape aveva attinto per scrivere il libro. E tutta la vicenda venne ufficialmente archiviata, in senso giuridico e non solo.

É legittimo supporre che queste ultime evoluzioni possano essere state per Tarja come minimo fonti di imbarazzo e che, con maggior pragmatismo di quanti l’avevano a vario titolo “accompagnata” fino a quel punto, abbia deciso di cambiare “aria”. Il riferimento al motivo musicale non è incidentale: con uno spiazzante (ma non troppo) viraggio verso la lirica e il folk, ecco arrivare nel 2006 Henkäys Ikuisuudesta, album natalizio dai risvolti non così prevedibili. Molto attenta alle sfumature, a proposito dell’inflazionato tema del Natale, precisa: “Anche il natale ha un aspetto oscuro“. La solitudine chi non ha nessuno con cui festeggiarlo, o di chi una persona cara con cui festeggiarlo l’aveva, ma l’ha persa, per esempio. Proprio su questi ultimi aspetti lei tornerà oltre dieci anni dopo, con il suo secondo album classico (e il settimo da solista) From Spirits and Ghosts (Score for a Dark Christimas), nel tentativo di rielaborare il lutto per la scomparsa dell’adorata mamma. La rivisitazione in chiave goth che accomuna questi album si distacca dal suo percorso originario in parte perchè ammicca agli amanti dello shopping compulsivo natalizio, ma in parte anche perchè si concede degli slanci medievaleggianti, elettronici e burtoniani che mitigano la vocazione commerciale dei soliti album “delle feste” (valga come esempio per tutti l’echeggiante e glaciale We wish You a Merry Christmas).

Ma è con l’autobiografico My Winter Storm (2007), tanto atteso dai fan (che lo citano nel dedicarle vari fan club nazionali… nonché la loro “confederazione” transnazionale!!!) quanto tiepidamente accolto dalla critica, che nasce davvero la nuova Tarja. Certo, non è facile reggere la competizione con Dark Passion Play (che i Nightwish fanno uscire quello stesso anno) mentre cerchi di recuperare in modo innovativo qualcosa del tuo passato metal all’interno delle tue nuove cornici operistiche. La produzione affidata ad Hans Zimmer però, denota la volontà di non rinunciare alla qualità, e valorizzare l’autenticità, per ripartire con più grinta di prima: “[…] se uno pensa ad una tempesta, normalmente non vi associa un’idea positiva… e in effetti molta gente mi ha detto: “Ma che razza di titolo hai scelto? E’deprimente!”. In realtà per me non è affatto così: la tempesta ha un’idea positiva, bella, energetica… qualcosa di bello, di estremamente potente…” Non è esattamente un successo di pubblico ma giusto il tempo di ricaricarsi (vari concerti, un bel featuring con la leggendaria Doro Pesch, l’esibizione al Gods of Metal del 2009) e la vichinga oscura ci riprova con What Lies Beneath (2010) in cui chiamerà a sé grandi musicisti (Phil Labonte, Mike Terrana, Doug Wimbish, Max Lilja) e si misurerà in prima persona con il suo primo strumento in assoluto, il pianoforte; questa scelta la costringe a volare basso in alcuni passaggi (e lo si nota ancor di più per differenza con gli altri monsters of rock che la accompagnano) ma ha il pregio di iniziare a sdoganare una maggiore spontaneità. Questa terza fatica ha senza dubbio intuizioni migliori del precedente album anche se, forse, Tarja avrebbe dovuto osare (ancora) di più (si pensi all’oscuramente barocca Anteroom of Death che pure si è avvalsa dei tedeschi Van Canto, o Falling awake, inequivocabilmente riffata da Satriani ), senza puntare prevalentemente sulla tecnica (da perfezionista quale è). Insomma: fuochino. Comunque oserà, finalmente, subito dopo: tenendosi ben stretti Terrana e Liljia (tanto in sala di registrazione che in tour), abbandonando certi virtuosismi un po’ fini a sé stessi (non si offendano i fan, però l’organo fonatorio della nostra eroina talvolta esagera un po’ col vibrato), e abbandonandosi – finalmente – all’ascolto delle emozioni e sensazioni provenienti dall’esterno. Questa particolare vis creativa, che lascia molto spazio al caso, per una metodica come Tarja non ha precedenti (se non, forse, l’episodio in cui sceglie quale cover inserire in My Winter Storm: “[..] un giorno, mentre guidavo la mia macchina in Finlandia, cercando disperatamente di restare sveglia, ho messo su una stazione rock a tutto volume […] e per ben cinque volte, nell’arco del tragitto, hanno passato “Poison” di Alice Cooper. Ovviamente mi ha colpito[…]“): appunti melodici segnati in viaggio, o nei camerini in cui si rifugia mentre è in tour, tra una performance e l’altra; testi ispirati alle piccole e grandi storie di vita condivise con lei dai suoi fan o a vicende personali (tra cui, purtroppo, gli eccessivi interessamenti di uno stalker). E poi i bagliori, i tepori… i colori! Quanti colori! Una calda doccia caleidoscopica la sommerge infatti durante un viaggio in India che la lascia estasiata: “Prima avevo sempre un’idea di base, in questo caso ho preferito fare il contrario perché volevo dare sfogo a tutta la mia fantasia senza avere il vincolo di concentrarmi su un tema particolare. Ho poi capito che volevo dare un “tono di colore” dopo il mio viaggio in India […] Sono rimasta shockata da tutti questi colori, volevo anche io dare un aspetto colorato a tutte queste oscurità che ci circondano. So perfettamente che quest’album è più complicato dei precedenti, quindi già dall’inizio ho cercato di essere più coraggiosa ed esprimere più quello che volevo io piuttosto che quello che potesse piacere in generale… […] nell’album ogni canzone la vivo come un colore, in vari livelli di colori, come se avessi voluto dipingere quadri piuttosto che scrivere canzoni. La musica è come un dipinto, ha molte cose da dire, e la si può comunicare con diverse sfaccettature.” Una volta scoperta la bellezza del lasciarsi andare, la magia si allarga alle sue altre manifestazioni: così appare molto curato l’artwork della cover dell’album e dei singoli (per interessamento della stessa Tarja, che è anche un’appassionata di fotografia), e non c’è bisogno di spiegare quanto il tono più scuro rinvenibile sia “diversamente nero” rispetto al total-black dei suoi esordi più goth. Il nero qui non è cupezza, assenza o tenebra, ma pienezza, totalità, somma dei colori. Così come la musica proposta diventa somma sinestesica delle più varie influenze ed esperienze. Ma senza stare troppo a filosofeggiare, basta fermarsi ad ascoltare pezzi come Deliverance, Victim of Ritual (se ci sentiste un non-so-che di Ravel: sì, è così, e non si sta nemmeno male), Mystique Voyage (ammaliante e… spagnoleggiante, per la gioia di Marcelo; a proposito, in Lucid Dreamer si percepiscono i vagiti di Naomi Eerika Alexia Cabuli Turunen, la loro figlioletta, nata nel 2012) o, ancora, Never Enough per capire che la ragazza ha raddrizzato il tiro. Sì, nonostante alcune imperfezioni (o forse, proprio per aver rinunciato a combatterle) con Colours in the dark (2013) Tarja riesce a ottenere il pollice su, e senza rinnegarsi (“La mia vita è in realtà così arrendevole ai colori, adoro i colori, e la musica ne è così collegata! Come anche sono collegate le mie esperienze; ho una carriera solista, i miei concerti, mio marito, mia figlia, come non si può dare tanti colori a tutto ciò! Continuo però a vestirmi di nero, è poi il colore che mi rappresenta di più, il colore che contiene tutti i colori, è decisamente il più forte. L’essenza di ogni cosa sta nel nero.“) ma anzi unendo creativamente campionatori, atmosfere ambient e il symphonic metal delle origini. Potrebbe inaugurare un nuovo, personalissimo sound crossover. Ma non lo farà.

A distanza di due anni, (in cui, tra le altre cose, ha cantato in Paradise (What About Us?) dei Within Temptation) la registrazione in presa diretta dentro la luterana Lakeuden Risti Church di Seinajoki spiazza tutti con un album di ben 12 Ave Mariae (Bach, Schubert, Tosti, Caccini, Mascagni ecc… più quella conclusiva composta da lei e una bonus track di Grieg su iTunes) che si rivelerà strategico per tenere il pubblico in caldo – anche dal punto di vista commerciale. Al di là di tutto, era da tempo che Tarja, ora con degli abiti molto sobri e i capelli raccolti in uno sofisticato chignon, voleva concedersi un album semplicemente classico (alla faccia del college di Savonlinna!) e pure minimalista (un organo, un arpa, un violoncello), a dimostrazione di quanto si senta sicura delle sue 3 ottave di estensione e a suo agio con la musica da camera. E, incredibile a dirsi, con le sonorità misticheggianti e l’interpretazione intensa di Ave Maria – En plain air (2015), vengono conquistati molti degli ultimi metallari reticenti (anche quelli nostrani: si saranno commossi a sentirla cantare in italiano?).

Adesso è lanciatissima: i due successivi album (The Brightest Void e The Shadow Self) escono nel 2016 a distanza di tre mesi accomunati l’uno dall’altro: non mancano i riferimenti al metal sinfonico delle origini, sia chiaro. Ma nel frattempo ne è passata di acqua sotto i ponti e chi attende il ritorno della “vecchia” Tarja dovrà accontentarsi di qualche traccia un po’ più nostalgica dei tempi che furono (come Undertaker), perchè nei brani proposti ci sarà (anche) molto altro. Comunque, se la consideriamo “semplicemente” una grande artista ecletticamente in evoluzione e una donna alla scoperta di sé allora saremo forse anche più condiscendenti verso qualche piccola défaillance (non tecnica, sia chiaro!) che a volte comprime l’impatto potenziale di alcuni brani dei due album. Ancora una volta, niente fuoco e fiamme, e anzi: per i detrattori Tarja continua ad adagiarsi pigramente su un nutrito stuolo di “fedelissimi” che comprerebbero acriticamente qualsiasi cosa. Lei però, soprattutto in materia di fans è di tutt’altro avviso: “[…] Ho preso parti a tanti progetti diversi, elettronica, chill out, ho lavorato con grandi chitarristi, ho fatto musica classica, concerti di Natale… non ho paura perché so che i miei fans sono tutti di mente aperta […] ho sempre svolto il mio compito, senza rinnegare i miei trascorsi lirici e classici. Le mie radici e la mia voce vengono da lì […] Ho dovuto necessariamente farmi coraggio e accettare la sfida, questo […] lo posso dire. Mi sono presa molti rischi, ma ho sempre avuto le idee chiare, rock e classica mi completano e mi rendono quello che sono oggi. L’inizio non è stato facile, per niente, ma quel che conta è che i miei fans sono lì per me. Ai miei concerti puoi trovare un pubblico eterogeneo ed è una cosa fantastica, non trovi? Di recente ho visto gente di una certa età venire al suo primo concerto rock […] Io non sono catalogabile in una casella. Non ho mai dovuto spiegare il motivo delle mie scelte artistiche. Mi sono limitata a farle. E non ho mai avuto motivo di metterlo in parole. Molti dei miei fans hanno background diversi, e la mia musica li unisce.

Tra questi fan, oltretutto, si annoverano anche pochi, fortunatissimi, suoi allievi e allieve di canto: “Sfortunatamente, posso dare raramente lezioni, ma è bello vedere che mi aspettano, mi scrivono messaggi, in attesa della prossima lezione. Prendo ancora lezioni io stessa. […] Ha molto a che fare con la conoscenza del proprio corpo. Più fai pratica e più canti, più arrivi a conoscere te stesso. Potrebbe sembrare solo una questione di muscoli, ma in qualche modo, cantare è una terapia, per me, per te, per tutti coloro che vogliono conoscere meglio i propri limiti“.

E quanto alla sua vita privata, alla “donna e mamma” teoricamente compressa dall’ossessiva partecipazione di Marcelo alle sue scelte musicali e non? “La mia famiglia è sempre con me in tutti i miei viaggi. È bello che mio marito sia anche il mio manager, così non abbiamo crisi familiari, siamo sempre insieme. È solo un modo di organizzarci, sapere che c’è anche una bambina a bordo, in realtà non è nulla di più complicato di un normale tour.

Potremmo dire che è tutto bene quel che finisce bene. E all’happy ending (seppur, ci auguriamo tutti, provvisorio) Tarja ci arriva proprio un estate fa, lanciando la sua ultima fatica, In the Raw, il 30 agosto 2019. Coperta d’oro (almeno, nella foto di copertina) la soprano “metallara” finlandese sembra trasformata nella versione musicale di Re Mida: tutto ciò che fa vibrare le sue corde vocali, ora, luccica. O forse non è una pioggia d’oro quella da cui si sentiamo avvolti nell’ascoltare The Golden Chamber? Non ce la immaginiamo fiera come una sfolgorante Atena crisoelefantina mentre duetta con l’amazzone Cristina Scabbia in Goodbye Stranger? Ancora, la sua voce non ci illumina come l’alba al termine della notte in Silent Masquerade (un vivace duetto con il lunare Tommy Karevik) o in Railroads (il cui video, tra l’altro, è un chiarissimo omaggio ai suoi numerosi e variegatissim fans)?

La verità, forse, è che – usando l’azzeccatissimo termine usato da Tarja nella lettera di commiato dalla sua prima grande band – il divorzio dai Nightwish ha davvero lasciato un vuoto incolmabile nei loro ammiratori; un vuoto che oltretutto, esattamente come accade durante le cause di separazione gestite male, li poneva nella difficile posizione di doversi schierare, di dover scegliere tra gli uni e l’altra. Da qui il dilemma. Di chi è la colpa? Dell’esasperante cameratismo accentratore di Holopainen e Marko? Del capricciosissimo primadonnismo di Tarja? Soprattutto: se e quando è una colpa separarsi?

Le voci di corridoio in proposito su anzi contro Tarja, ancora oggi, si sprecano: non si capisce bene da dove vengano, se è vero che lei è una tipa che si butta il passato alle spalle e prosegue senza rimuginare (“Non ho seguito la carriera della band [i Nightwish, n.d.r.], non mi è interessato. Sono felicissima della mia carriera solista e sono grata per tutta la libertà di cui godo. La felicità che traggo dallo scrivere i miei pezzi, dal produrre i miei dischi e dal cantare per il mio pubblico in tutto il mondo è incredibile. Sono grata di aver passato quel che ho passato con la band, così ora posso davvero godermi la musica e la mia vita“) e che, nei commenti a praticamente ogni video dei metallari sinfonici di Kitee, leggiamo ancora oggi – in tutte le lingue! – cose del tipo “Bravissimi, ma con Tarja al microfono era molto/ancora meglio” abbondano. A ciascuno le proprie conclusioni.

Possiamo solo, per completezza (e par condicio, dopo tante voci denigranti sul suo conto) concederle di togliersi qualche sassolino. Anzi, l’hanno già fatto per noi coloro che la intervistarono in occasione della sua elezione a vocal coach per l’edizione 2015 di The Voice of Finland: “Devo essere onesta e dirti che nella mia band precedente, nessuno capiva veramente il fatto che io dovessi prendermi cura della mia voce e fosse in grado di comprendere quanto sia fragile. È stata molto dura continuare ad esercitarsi mentre gli altri fumavano di fianco a me, oppure di notte non riuscivo a dormire perché i ragazzi stavano festeggiando. Inoltre è stato dimenticato più volte il fatto che io sia una donna. Non è che io abbia bisogno di qualcuno che mi apra la porta o mi serva come una regina, mi sarebbe bastato che loro capissero che sono una donna che ogni tanto ha bisogno dei suoi spazi privati. Eravamo giovani all’epoca ma credo che si possa essere giovani senza essere necessariamente stupidi. Comunque, negli ultimi tempi la situazione è totalmente diversa. I miei musicisti maschi hanno esperienza, sono intelligenti e davvero delle brave persone. Mi diverto davvero molto con loro e non ho mai avuto problemi come nel passato.*”

Capito, Tuomas?

[*la traduzione è di Nightwishers Italy]

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