The Beatles – Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Un mondo senza i Beatles sarebbe un luogo infinitamente peggiore” dicono nell’ultimo film a tema Beatles, Yesterday. Un appassionato dei fab four invece una volta mi disse: “C’è una canzone dei Beatles per ognuno di noi”. Io aggiungerei anche per ogni momento della nostra vita, e quel che ho sempre pensato è che ci si nasce con i Beatles dentro. In effetti quando ero piccolo ed ascoltai proprio Yesterday per la prima volta, mi prese qualcosa allo stomaco di non ancora ben definibile. Peccato esser nato 22 anni dopo il grande successo mondiale del pezzo. Ma lasciamo il 2019, siamo nel 1967. L’aria è pregna di tante robe, la musica ancora di più, i Beatles figuriamoci che cazzo potessero avere per la testa in quel periodo. L’anno prima George decide di fare un lungo viaggio in India e ne acquisisce il suo misticismo, la sua magia ed impara anche a suonare il sitar. Porta tutto all’interno di Sergeant Pepper’s Lonely Heart Club Band. Nome complesso per un album ancora più complesso. Il risultato è devastante. L’album spiazza anche i migliori musicisti dell’epoca. Gli ascoltatori sono sbigottiti. E’ il diavolo ad averlo composto, per forza. Questo album si può definire di genere… no aspè, ma davvero cercate di attribuire un genere a questo capolavoro? Vogliamo ridurre le emozioni a semplici definizioni ed etichette? La cultura induista non ne sarebbe d’accordo, per come vede il mondo in maniera ampia e senza confini.

First of all partiamo con la title track e primo pezzo in scaletta. Un rock-blues-funky con sotto un pubblico che applaude, è sbalordito e rumoreggia. Che diamine c’entra col pezzo non lo sapremo mica. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band comincia a dare un senso psichedelico di inquietudine nel sottofondo, mentre galleggia un rock energico in superficie.

Lucy In The Sky With Diamonds fa riferimento all’LSD. Oddio che notiziona, oh Buddah che qualcuno ci salvi da certa roba, è stata addirittura bandita da certe radio! Ma solo questo si sa dire di questo pezzo? Se non volete farvi di acido lisergico non saranno i 4 di Liverpool a costringervi, con una canzone tra l’altro. L’origine del pezzo forse deriva da un disegno di Julian Lennon, figlio di John. Quel che conta del pezzo è che comincia ad introdurci in sonorità veramente psichedeliche ed ha veramente un ritornello orecchiabile e sfizioso.

Il sitar di George però si fa prepotente. E’ arrogante in Being For The Benefit of Mr Kite!, altri effetti altrettanto psichedelici ci mettono il resto. Strumenti di vario tipo esagerano il tutto. Un casino citarli tutti, la line-up è davvero complessa e ve la cito tutta giù fino in fondo.

C’è posto anche per un pezzo dal sound più semplice come When I’m Sixty-Four. La fa da padrone addirittura un clarinetto, con un giro di basso semplice ma che non accetta di essere in seconda linea. Paul la incise quando aveva 16 anni ed aveva paura di invecchiare, di diventare appunto un 64enne.

L’immensità. Non c’è altra semplice espressione per definire il brano di chiusura A Day In The Life. L’orchestra riempe alcuni spazi della canzone, ma la sonorità con la quale procede il brano è celestiale. Uno dei pezzi più iconici dei Beatles. Vari disaccordi sulla composizione del pezzo, che anche se impensabile, è molto complesso. Alla fine ci mise una pezza il solito George Martin, loro produttore e considerato il quinto Beatle, uno veramente con i coglioni e che di musica in generale ne capiva quanti pochi siano esistiti. La sua non era una pezza qualsiasi, proveniva da chissà quale regno. Chiude il pezzo un semplice accordo suonato da tre pianoforti differenti e poi voci confuse senza un senso.

Se un Dio esiste, avrà ispirato sicuramente questo album che supera le porte della percezione dell’universo a noi conosciuto. Tanti strumenti mettono il loro, c’è bisogno di mettere il suono giusto al posto giusto. La coperta è un altro casino, vari personaggi dal significato diverso appaiono attaccati in questa cover. I significati sembrano occulti, misteriosi, intellettuali… trovata commerciale o tutto ciò ha avuto un senso? Ascoltando l’album viene il dubbio su qualcosa di sovrannaturale… Questa non è una fine, è un inizio.

Tracklist:
Lato A
01. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
02. With a Little Help from My Friends
03. Lucy in the Sky with Diamonds
04. Getting Better
05 Fixing a Hole
06. She’s Leaving Home
07. Being for the Benefit of Mr. Kite!
Lato B
08. Within You Without You
09. When I’m Sixty-Four
10. Lovely Rita
11. Good Morning Good Morning
12. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise)
13. A Day in the Life

Line-up:
John Lennon — voce, chitarra ritmica, organo Hammond, pianoforte, armonica a bocca, tamburello, maracas; chitarra acustica
Paul McCartney — voce, basso, pianoforte, organo Lowrey e Hammond, chitarra solista
George Harrison — chitarre elettriche, voce, armonica, maracas, tambura, sitar, chitarra acustica , conga
Ringo Starr — batteria, congas, tamburello, maracas, campane tubolari, voce

Collaborations:
George Martin — harmonium, clavicembalo , organo Hammond, pianoforte, effetti sonori
Neil Aspinall — tamburo, armonica
Mal Evans — allarme della sveglia
Matthew Deyell — tamburello
James W. Buck, Neil Sanders, Tony Randall, John Burden — corno
Erich Gruenberg, Derek Jacobs, Trevor Williams, Jose Luis García, Alan Loveday, Julien Gaillard, Paul Scherman, Ralph Elman, David Wolfsthal, Jack Rothstein, Jack Greene — violino
John Underwood, Stephen Shingles — viola
Dennis Vigay, Alan Dalziel, Reginald Kilbey, Allen Ford, Peter Beavan — violoncello
Anna Joshi – Dilruba
mrit Gajjar – Dilruba
Buddhadev Kansara: Tanbur
Natwar Soni: Tabla
Musicisti indiani non identificati: Sitar, Swarmandal
Gordon Pearce — contrabbasso
Sheila Bromberg — arpa
Robert Burns, Henry Mackenzie, Frank Reidy — clarinetto
Barrie Cameron, David Glyde, Alan Holmes — sassofono
John Lee e altri — trombone
Sezione di corni
Orchestra di quaranta elementi:
Violini: Eric Gruenberg, Granville Jones, Bill Monro, Jurgen Hess, Hans Geiger, D. Bradley, Lionel Bentley, David McCallum, Donald Weekes, Henry Datyner, Sidney Sax, Ernest Scott.
Viole: John Underwood, Gwynne Edwards, Bernard Davis, John Meek.
Violoncelli: Francisco Gabarro, Dennis Vigay, Alan Dalziel, Alex Nifosi
Contrabbassi: Cyril MacArther, Gordon Pearce.
Arpa: John Marson.
Oboe: Roger Lord.
Flauti: Clifford Seville, David Sandeman.
Trombe: David Mason, Monty Montgomery, Harold Jackson.
Tromboni: Raymond Brown, Raymond Premru, T. Moore.
Tuba: Michael Barnes.
Clarinetti: Basil Tschaikov, Jack Brymer.
Fagotti: N. Fawcett, Alfred Waters.
Corni: Alan Civil, Neil Sanders.
Percussioni e timpani: Tristan Fry[.

Anno: 1967
Etichetta: EMI
Voto: 10/10

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