Wacken Open Air (Day 2) – Wacken, 30/07/2026

Uli Jon Roth

La giornata di live non poteva iniziare con un nome più importante. Sul Faster Stage arriva Uli Jon Roth, leggenda della chitarra e figura fondamentale nella storia degli Scorpions, con uno show interamente dedicato al cinquantesimo anniversario di Virgin Killer, celebre masterpiece del periodo in cui il chitarrista militava nella formazione tedesca.

Quello di Roth è molto più di un semplice concerto celebrativo: è una vera prova di showmanship, nella quale ogni brano diventa l’occasione per mettere in mostra tecnica, personalità e quell’inconfondibile approccio visionario allo strumento che ha sempre contraddistinto il musicista. Una performance impreziosita inoltre da una lunga serie di ospiti di rilievo, tra cui Nathan James, Roland Grapow e Johanna Platow, chiamati a condividere il palco con Roth su diverse canzoni.

Una menzione speciale va ad Akasha Roth, figlia di Uli, che accompagna il padre alle tastiere, aggiungendo un ulteriore elemento di fascino a una performance già ricca di spunti. In questo caso, il vecchio detto sembra davvero calzare a pennello: buon sangue non mente.

Il concerto procede tra classici, virtuosismi e atmosfere sospese tra hard rock e suggestioni più progressive e psichedeliche, restituendo al pubblico non soltanto la musica di Virgin Killer, ma anche l’universo creativo di uno dei chitarristi più eccentrici e personali della scena rock europea.

A chiudere lo show è All Along the Watchtower, che riassume perfettamente lo spirito di Uli Jon Roth: un musicista impossibile da confinare in un unico genere, sempre sospeso tra tradizione, sperimentazione e ricerca di nuove possibilità espressive.

Yngwie Malmsteen

Ci spostiamo al Faster Stage, dove proseguono i virtuosismi chitarristici, questa volta declinati nella loro forma più estrosa, eccentrica e rigorosamente ad altissimo volume. A prendersi il palco è il Maestro Yngwie Malmsteen, accolto da una scenografia dominata da una vera e propria parete di amplificatori Marshall. Total black, immancabile chitarra Fender signature color panna ben in vista, immagine iconica del nostro maestro. E proprio Malmsteen e la sua chitarra sono i protagonisti assoluti dello show. I musicisti che lo accompagnano sono tutti di ottimo livello, ma finiscono inevitabilmente relegati ai lati del palco, lasciando al chitarrista quasi tutto lo spazio visivo e musicale. Del resto, quello di Malmsteen è principalmente uno show strumentale, nel quale tecnica e velocità prendono il sopravvento sulla componente vocale.

La setlist si apre con Rising Force e attraversa alcuni dei brani più celebri della carriera del chitarrista, fino alla conclusione affidata a You Don’t Remember, I’ll Never Forget. Curiosamente, sono proprio la prima e l’ultima canzone a essere cantate dal tastierista, mentre per il resto del concerto sono soprattutto le sei corde a parlare.

Tra lunghi assoli, virtuosismi e immancabili lanci di chitarra, lo show scorre rapidamente e conferma tutta la maestria tecnica di Malmsteen. La sua capacità di dominare lo strumento rimane fuori discussione e il pubblico può assistere a una vera dimostrazione di tecnica chitarristica portata all’estremo.

Eppure, al termine della performance, rimane la sensazione che qualcosa sia mancato. Lo show non riesce infatti a raggiungere pienamente le aspettative e lascia l’impressione di essere una delle tante date di un lungo tour estivo, riproposta con assoluta professionalità ma quasi come un compito da svolgere. 

Europe

Torniamo sull’Harder Stage per una band che non ha certo bisogno di presentazioni: gli Europe. Una formazione che, paradossalmente, negli ultimi anni sembra essere più attiva di quanto non fosse persino durante il decennio che l’ha trasformata in un’icona mondiale. Sono cambiati i look, sono sparite le acconciature più vistose e l’estetica è oggi decisamente più sobria, ma una cosa è rimasta intatta, anzi, sembra essersi persino moltiplicata: la grinta sul palco.

A guidare la formazione c’è naturalmente Joey Tempest, ancora perfettamente a suo agio nel ruolo di frontman, affiancato da una band che dimostra una tenuta scenica e una solidità musicale impressionanti. L’esperienza accumulata in decenni di carriera non ha spento l’entusiasmo, ma sembra averlo trasformato in una sicurezza ancora maggiore.

La setlist pensata per il festival dosa sapientemente passato e presente, alternando brani più recenti ai grandi classici che hanno costruito la leggenda della band. Arrivano così Rock the NightCarrie e, inevitabilmente, The Final Countdown, momenti nei quali il pubblico si lascia trasportare dalla nostalgia e canta insieme alla band ogni singola nota.

Ma la combo svedese non sono più solo una celebrazione degli anni Ottanta, i pezzi più recenti, caratterizzati da sonorità talvolta più aggressive e mature, vengono accolti con altrettanto entusiasmo, dimostrando quanto il pubblico sia disposto a seguire la band anche oltre i suoi classici più conosciuti.

Il vero punto di forza dello show sta proprio qui: gli Europe non sembrano interessati a vivere esclusivamente del proprio passato. Rimangono fedeli alla loro storia, ma continuano a evolversi, aggiornando il proprio sound e mostrando una band ancora affamata di palco.

Savatage

Ci facciamo strada tra la folla e torniamo al Faster Stage giusto in tempo per i Savatage. Per la band, tornare sul palco del Wacken Open Air è un’occasione tutt’altro che ordinaria: undici anni fa avevano regalato uno storico set da headliner sui due palchi principali, insieme alla Trans-Siberian Orchestra, in un’esibizione che si era trasformata in un successo clamoroso e in una vera pietra miliare nella storia del festival.

Rivedere oggi i Savatage sul palco di Wacken ha quindi un significato particolare. Oltre all’emozione di assistere a una band capace di portare avanti la propria musica dopo così tanti anni e dopo le difficoltà affrontate nel corso della sua storia, è altrettanto bello vedere come il gruppo sappia adattarsi ai tempi che corrono senza perdere la propria identità. E lo fa con intelligenza, anche dal punto di vista scenico: alle spalle della band scorrono video e immagini realizzati artificialmente, una scelta che potrebbe sembrare distante dall’estetica classica dei Savatage, ma che si rivela invece efficace nel creare atmosfera e accompagnare le diverse fasi dello show.

La setlist è sostanzialmente la stessa proposta durante il tour della scorsa estate, una scelta che si conferma particolarmente apprezzata grazie alla presenza di numerosi classici. Tra i momenti più significativi c’è naturalmente Believe, presentata nella suggestiva versione video-canzone con Jon Oliva, un omaggio ovviamente dedicato a suo fratello Chris.

Ma sono diversi i momenti capaci di lasciare il segno durante il concerto. Uno di questi arriva proprio durante Handful of Rain, quando inizia a cadere una leggera pioggia. Una coincidenza quasi cinematografica, come se persino il cielo avesse capito che quello fosse il momento giusto — soprattutto dopo una giornata decisamente afosa, argh!

Quello dei Savatage è un live fatto di poche parole e tantissime emozioni. Non c’è bisogno di grandi discorsi quando a parlare sono le canzoni, la storia della band e il legame che queste hanno costruito con il pubblico nel corso degli anni. Per tutta la durata dello show, il potere della musica è tangibile, quasi fisico: fortissimo, sincero, capace di attraversare il tempo e riportare sul palco una band che, nonostante tutto, ha ancora molto da dire.

Def Leppard

Rimbalziamo di nuovo verso l’Harder Stage per una band che calca il palco del Wacken Open Air per la primissima volta, nonostante una carriera lunga ormai quarant’anni. I Def Leppard non hanno certo bisogno di presentazioni: assistere a un loro concerto è già, di per sé, qualcosa di straordinario. Eppure fa riflettere come, nonostante decenni di storia, milioni di dischi venduti, un successo internazionale e una musica rimasta sempreverde, possano esserci ancora delle “prime volte”.

La pioggerellina continua ad accompagnarci e, dopo una giornata afosa, diventa quasi una piacevole compagna di viaggio, rinfrescando il pubblico mentre dal palco arrivano le prime note. E bastano pochi secondi perché davanti al palco si inizi a ballare e cantare. I Def Leppard sono in forma smagliante, non soltanto dal punto di vista sonoro, ma anche da quello visivo: i musicisti inglesi si presentano eleganti, abbronzati e impeccabilmente pettinati. Dettagli tutt’altro che secondari quando si parla della loro showmanship e di una band che ha fatto dell’immagine parte integrante del proprio DNA.

La scaletta non delude e, accanto a classici immancabili come Animal e Let’s Get Rocked, nella prima parte del set arriva anche una sorpresa: Personal Jesus dei Depeche Mode, reinterpretata in una veste più heavy, quasi a ricordare per certi versi la celebre versione di Marilyn Manson.

Il pubblico è letteralmente in visibilio e la seconda parte dello show diventa un crescendo di emozioni e nostalgia. Le celebri ballad Love Bites, When Love & Hate Collide e Hysteria fanno cantare l’intero Wacken, riportando per qualche minuto tutti indietro nel tempo, agli anni d’oro dell’hard rock e del glam.

E poi arriva il gran finale, quello che non può mancare: Pour Some Sugar on Me. Il pubblico esplode e i Def Leppard chiudono un live act maestoso, conquistando un palco nuovo ma davanti a una platea di fan fedelissimi.

Per una sera, tra pioggia, lustrini e capelli perfettamente pettinati, sembra davvero di essere tornati al 1987.

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