
Autore: Antonio Piazzolla
Anno: 2024
Editore: Diarkos
Pagine: 304
Prezzo: 19,00 €
“Il re è morto, viva il re!”. È la formula con cui nella monarchia francese precedente alla rivoluzione si proclamava al popolo la dipartita del sovrano e, in parallelo, l’arrivo del suo successore. Una frase che è rimasta nell’uso comune, e ben descrive la dipartita di Ozzy Osbourne, più che il “re” il “principe delle tenebre”; una dipartita dalla quale i suoi fan sparsi per il mondo non si sono ancora ripresi. “Non ci sono porte che non si aprono, non ci sono guerre che non si vincono, non ci sono torti che non si riparano o canzoni che non si possono cantare”, dichiarava convinto John Michael Osbourne, detto Ozzy, che ha chiuso gli occhi lo scorso 22 luglio nell’amata Inghilterra, alla veneranda età (considerato i suoi eccessi è un miracolo) di 76 anni.
“Non ci sono canzoni che non si possono cantare”, appunto. In avvicinamento alle sue 80 candeline – purtroppo mai spente – potremmo citare Miracle Man, la traccia che apre il suo quinto album No Rest for the Wicked pubblicato nel 1988 e dedicata a Jimmy Swaggart, un telepredicatore statunitense assai noto che definì Ozzy un inviato del demonio. Ma di singoli e dischi del “nostro” ne contiamo a bizzeffe. Partendo dal periodo dei Black Sabbath, band con cui ha inciso 9 lavori in studio: Black Sabbath e Paranoid (1970), Master of Reality (1971), Vol. 4 (1972), Sabbath Bloody Sabbath (1973), Sabotage (1975), Technical Ecstasy (1976), Never Say Die! (1978), 13 (2013).
E ancora, la carriera da solista, che comprende gli album in studio Blizzard of Ozz (1980), Diary of a Madman (1981), Bark at the Moon (1983), The Ultimate Sin (1986), No Rest for the Wicked (1988), No More Tears (1991), Ozzmosis (1995), Down to Earth (2001), Black Rain (2007), Scream (2010), Ordinary Man (2020), Patient Number 9 (2022) nonché il disco-tributo Under Cover del 2005, nel quale omaggia nomi del calibro di John Lennon, Beatles, Cream e Rolling Stones, per citarne alcuni.
Una storia lunga e travagliata quella di Ozzy, ben raccontata da Antonio Piazzolla nel volume Black Sabbath e Ozzy Osbourne. “Mezzo secolo di leggenda heavy metal”, recita il sottotitolo del libro pubblicato da Diarkos. Che nell’introduzione rivela, a chi non lo sapesse, il profondo amore del “nostro” verso i Beatles. Band senza la quale non sarebbe esistito (artisticamente parlando) neppure lui. “Osbourne considera i Beatles i veri creatori dell’heavy metal. Dunque è stato l’amore, raccontato da un uomo d’amore come John Lennon, a ispirare Ozzy”.
Strutturato in capitoli snelli e ben definiti – Le origini; Il film italiano che ispirò i Black Sabbath: la pellicola di Mario Bava; Nascita e storia dei Black Sabbath; La carriera da solista di Ozzy Osbourne; Filosofia di vita, sentimenti e vicende di Ozzy Osbourne – il volume narra l’incredibile storia di quattro ragazzi di Birmingham (guai a non citare Tony Iommi alla chitarra, Geezer Butler al basso e Bill Ward alla batteria) che hanno forgiato (letteralmente) un nuovo suono, l’heavy metal, nonché un nuovo immaginario ossessionato dall’occulto.
In questo senso, basti pensare alla prima traccia dell’album d’esordio, intitolata proprio Black Sabbath. Che, riporta il libro, “oltre a essere stata pietra miliare di questo genere è degna di nota per una serie di motivi. In primo luogo l’elevato riferimento all’occulto, dal momento che il testo ha per protagonista un uomo che vede il diavolo durante l’Apocalisse; l’uomo è il prescelto da quest’ultimo ed è paralizzato dalla paura”. L’irreale che la band porta sul palco (e in studio) non difetta neppure di senso del peccato, sinistre premonizioni legate a disastri climatici e maledizioni cosmiche. C’è n’è per ogni gusto, insomma.
Tutti elementi che hanno ispirato numerose band – praticamente tutti gli artisti presenti al Back To The Beginning, l’ultimo concerto di Ozzy e soci che si è tenuto al Villa Park Stadium di Birmingham lo scorso 5 luglio: dagli Anthrax ai Pantera, dagli Slayer ai Metallica –, ma anche suoni e generi negli anni. Così, dai cauti inizi con l’improbabile nome di Polka Tulk Blues Band all’atteso ritorno, nel 2013, con l’album 13 e la memorabile serie di live d’addio del The End Tour, Piazzolla – giornalista, classe 1992 – racconta come i “Sabs”, osteggiati dalla critica e idolatrati dai fan, hanno resistito ai cambi di formazione, ai danni delle droghe, ai disastri manageriali, al cambiare delle mode. Restando sempre coerenti e attuali.
