Brian Johnson – Back in Black

Prendere il posto di Bon Scott, carismatico vocalist degli AC/DC dal 1974 al 1980 (anno della sua morte), definito dalla rivista Classic Rock “il più grande frontman di sempre”. Ma anche essere sostituito – seppur temporaneamente – da Axl Rose, leader dei Guns N’ Roses, per il Rock or Bust World Tour del 2016, poiché aveva cominciato a soffrire di un problema all’udito che gli impediva di esibirsi (“Mi è stato detto che Axl ha fatto un ottimo lavoro ma non me la sono proprio sentita di guardare quelle performance, neppure in video. È come trovare un estraneo in casa tua, seduto al tuo posto sulla tua poltrona preferita”, avrebbe dichiarato poi).

È una vita da film, quella che ha vissuto (e continua a vivere, per fortuna sua e di chi ama l’intramontabile band australiana formatasi nel 1973), Brian Francis Johnson, cantante britannico che lo scorso 5 ottobre ha spento 75 candeline. Conti alla mano, aveva 33 anni (vi ricorda qualcuno?) quando entrò a far parte di uno dei gruppi più noti della storia del rock, capace di vendere oltre 200 milioni di copie in tutto il globo, di cui oltre 71 milioni negli States. Un ingresso, il suo, dovuto dalla prematura scomparsa del cantante Ronald Belford Scott, detto Bon, a Londra 22 anni fa (il suo cadavere venne rinvenuto nell’auto di un amico parcheggiata in strada dopo l’ennesima notte alcolica). Giusto in tempo per incidere con gli AC/DC il secondo album più venduto di sempre, Back in Black, una pietra miliare del genere.

Da allora ne è passata di acqua – pardon, di birra – sotto i ponti: da For Those About to Rock We Salute You (1981) a Flick of the Switch (1983), da Fly on the Wall (1985) a Blow Up Your Video (1988), da The Razors Edge (1990) a Ballbreaker (1995), Stiff Upper Lip (2000), Black Ice (2008), Rock or Bust (2014) fino al recente Power Up (2020) – primo disco della band dopo la dipartita del suo chitarrista fondatore Malcolm Young nel 2017 –, che Slash ha definito “un album dannatamente forte a questo punto della loro vita, davvero molto ispirato”. Senza tralasciare due album dal vivo di rara potenza: Live e Live at River Plate, pubblicati nel 1992 e 2012.

Insomma, ne ha percorsa di strada l’inglese Brian Johnson, dal coro della chiesa di un villaggio di Dunston, piccolo centro nella contea del Tyne and Wear, ai palchi di tutto il mondo. Passando per una famiglia contraddistinta da legami tanto saldi quanto complessi. Piccolissimo quanto vede Little Richard in tv (da quel momento ha vissuto per la musica), uomo fatto e finito, per nulla sopra le righe (e così è rimasto) quando diventa il cantante degli AC/DC. Ma sei anni fa Brian perde l’udito e deve abbandonate la band. Grazie a una serie di cure sperimentali, torna a cantare nel 2022, registrando il diciassettesimo disco del gruppo, un successo di pubblico, critica e addetti ai lavori (Slash ipse dixit).

E oggi il nostro si racconta con il cuore in mano, senza parsimonia né mettendosi in ghingheri (lui, poi, che da sempre sale sul palco con l’immancabile cappello e una comoda canotta o t-shirt) nell’autobiografia Brian Johnson – Back in Black (Rizzoli Lizard, 400 pagine, 25 euro) con traduzione di Eleonora Marchiafava. “Il racconto di un’infanzia dura ma indimenticabile, un’adolescenza di sacrifici, scelte folli e addii, una maturità arrivata troppo presto”, recita la quarta di copertina. Inserito al quinto posto nella classifica dei 100 migliori vocalist heavy metal di sempre dalla rivista Hit Parader, Brian è sempre stato l’uomo giusto nel posto giusto: all’epoca gli AC/DC avevano deciso di proseguire la loro avventura, e dopo la scomparsa di Bon Scott più di qualcuno aveva fatto il nome di Brian (che sul suo predecessore, in questa autobiografia schietta e sincera, ammette: “Fu scioccante per me accettare che un ragazzo come Bon, di appena un anno più vecchio di me, in forma e nel fiore degli anni, potesse morire in quel modo”).

Così, nel momento in cui si incontrò con i componenti della band – Angus Young e il già citato Malcolm, rispettivamente chitarra solista e chitarra ritmica, Cliff Williams al basso e Phil Rudd alla batteria – scattò un feeling immediato (“passai dall’essere un installatore di tettucci in vinile a essere il nuovo cantante di una delle band più esaltanti al mondo”). Simpatico, umile, proveniente dalla classe operaia nonché mezzosangue italiano (sua mamma, Ester De Luca, era infatti originaria di Rocca di Papa, nella zona del Castelli Romani, a pochi chilometri dalla capitale), Brian non ha mai ceduto alla canonica – e non poco stucchevole, oramai – formula della rock star in bilico tra sesso, droga e rock ‘n’ roll. Piuttosto, le pagine del volume Back in Black (ricco di scatti in bianco e nero e a colori) trasudano passione autentica e duro lavoro (“in questo libro ho provato a raccontare quello che mi è successo quando non ho ottenuto quello che volevo ma, non per questo, ho smesso di crederci”). Con i luccichii dello star system distanti anni luce.

A partire dalle battute inziali di questo memoir denso di informazioni, curiosità e aneddoti, che non si apre con un successo bensì con un momento di terrore in cui ogni cosa pareva perduta: è una sera di settembre di sette anni fa e Brian ravvisa un dolore all’orecchio. Un fastidio all’apparenza innocuo che però, nel tempo, si rivelerà soltanto il primo sintomo di una problematica all’udito talmente grave da indurlo ad abbandonare gli AC/DC e a dire addio al rock.

Un momento complicato (“una sera dovevo fare Highway to Hell e non riuscivo a trovare la tonalità. Quando scesi dal palco, ero mortificato. Sapevo che non potevo continuare così, era una situazione paralizzante. Qualcosa andava fatto”), che induce il prolifico cantante inglese – grande appassionato di auto da corsa tanto da condurre anche dei programmi tv dedicati – a rimembrare, con estrema onestà intellettuale, le vicende della sua infanzia (“qualcuno ricorderà in modo diverso gli eventi che descrivo in queste pagine”): dagli esordi su palcoscenici che più scalcinati non si può (la gavetta vera, altro che gli odierni talent, esibendosi con i Geordie all’inizio dei Settanta) a un matrimonio decisamente troppo affrettato fino a una vacanza nel Belpaese che per poco non si trasformò in tragedia.

Un cantante operaio? Certo che sì. Ma, in particolare, un artista che non ha mai mollato di un centimetro, fin quando per merito di alcune cure sperimentali è tornato a cantare con gli AC/DC. Un’autobiografia da leggere tutta d’un fiato, con al centro un uomo il cui approccio alla vita si potrebbe riassumere in un’unica, sua, dichiarazione: “Non stavo cercando un’altra band perché cantavo nei Geordie e, soprattutto, non pensavo che mi avrebbero mai scelto. Mi piacevano molto gli AC/DC ed ero solo contento di conoscerli e suonare con loro”.

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