Runnin’ with the Devil – Alle origini dei Van Halen

Chiedi chi erano i Van Halen. Ma chiedilo a chi li ha conosciuti realmente, e non per sentito dire. A chi li ha vissuti giorno dopo giorno, salendo con loro su quella giostra impazzita, invidiata e invidiabile che è l’hard rock. Già, perché negli anni Ottanta l’ascesa della band statunitense fondata a Pasadena, California, dal chitarrista olandese Eddie van Halen (scomparso circa due anni fa) e dal fratello batterista Alex, oggi 60enne, è stata elettrizzante. Il loro mito oggi rimane scolpito nella roccia, alla fine di una festa epica dove rock, sesso e droga non sono mai mancati.

Mi alzo e niente mi butta giù”, è l’incipit di quella che, probabilmente, è la hit più conosciuta del gruppo: Jump (1984). Ma sono tanti i brani passati, in quei folli anni, sotto l’ascolto attento di Noel E. Monk, che dei Van Halen è stato in principio tour manager e quindi manager. Ed è proprio lui che nel libro Runnin’ with the Devil: alle origini dei Van Halen (Il Castello Editore, collana Chinaski, 368 pagine, 22 euro) ne svela ogni retroscena, rigettando qualsiasi filtro o censura. Di più: spingendo forte il piede sull’acceleratore del racconto, mantenendo sempre alta l’attenzione del lettore.

Illustrato con rare fotografie sia in b/n sia a colori, Runnin’ with the Devil è un volume “unico” nel suo genere – provate a fare una ricerca su Google per rendervene conto: non ci sono altri libri in italiano sul gruppo (nel caso specifico la traduzione è a cura di Barbara Caserta) – che rende merito a una band decisiva per la crescita dell’heavy metal (non in senso “puro”, poiché ha strizzato più volte l’occhio al pop e al rock), con lo stile chitarristico di Eddie van Halen che, nel 2022, resta citato quale fonte di ispirazione da una numero sterminato di musicisti in ogni angolo del globo.

Entrando nel dettaglio della biografia – scritta a quattro mani con Joe Layden, autore e coautore di decine di libri, compresi parecchi best seller del New York Times – Runnin’ with the Devil restituisce al lettore un punto di vista “esterno” (ma non del tutto, appunto) sulla prima parte della carriera dei Van Halen. Otto anni, dal 1978 al 1985, narrati e analizzati da Monk, di cui sulla quarta di copertina viene ricordato che “ha lavorato con musicisti rock tra cui Jimi Hendrix, Janis Joplin, Grateful Dead, Rolling Stone e Sex Pistols”. Nel prologo del libro, l’autore scrive: “Non possono chiedere di meglio David Lee Roth, i fratelli Edward e Alex van Halen, più Michael Anthony, quattro buoni amici cresciuti nel sud della California, che dalle festicciole di cortile hanno raggiunto in men che non si dica lo status di superstar al multiplatino”.

Ed è esattamente così che andarono le cose: in breve tempo l’impatto della band deflagrò come una granata nell’universo discografico, e Monk assunse un ruolo sempre più importante, quasi un quinto elemento del gruppo, spartendo con i quattro musicisti gli onori che la fama dei ragazzi stava comportando (il motto “sesso, droga e rock’n’roll” vi ricorda qualcosa? – ma non da ultimo – accollandosi anche gli oneri come un padre/padrone (in senso buono). Fino alla metà degli anni Ottanta con la band, dicevamo, che in quel periodo pubblicò ben sei lavori in studio: l’album omonimo (1978), Van Halen II (1979), Women and Children First (1980), Fair Warning (1981), Diver Down (1982), 1984 (1984).

Tutto questo (e tanto altro) è raccontato in Runnin’ with the Devil, un’opera il cui spaccato è scorrevole e avvincente, anche crudo a tratti, nella quale Monk – che ha aiutato a dirigere il palco di Woodstock, ed stato il braccio destro dell’impresario tedesco Bill Graham nel leggendario locale Fillmore East – non si risparmia in termini di aneddoti e curiosità inedite (non a caso sulla copertina del libro il lettore viene invitato ad indossare una sorta di “pass dietro le quinte degli anni selvaggi, sporchi e rumorosi dei Van Halen”). Anche perché, lo stesso autore precisa: “Ero al loro fianco quando iniziavano a sfondare e li ho accompagnati tenendoli per mano, in tutto e per tutto, godendomi al massimo questo fantastico viaggio, minuto per minuto”.

Un viaggio tutt’altro che semplice, fatto di dure salite e di rapide discese, che ha preso il via – come quasi tutti gli incredibili percorsi della vita – in modo completamente casuale (“Non avevo la più pallida idea di chi fossero questi Van Halen. Non sapevo che quel quartetto di pischelli californiani già faceva letteralmente furore dalle loro parti, nella città di Pasadena”). Da lì in poi è stato come salire sulle montagne russe, tanto per i ragazzi quanto per il loro manager, dove non esistevano freni inibitori. Senza sapere che quegli stessi eccessi, nel giro di pochi anni, avrebbero portato la band a implodere.

Un momento cruciale, in questo senso, è la pubblicazione di 1984 (rilasciato dalla Warner Bros. Records il 9 gennaio di quell’anno, insieme al debutto del 1978 rappresenta il disco di maggior successo commerciale del gruppo capitanato da David Lee Roth – che proprio nel momento in cui la band sembrava al vertice del successo, lasciò i suoi compagni di avventura –, con oltre dieci milioni di copie vendute negli States).

Proprio del giovane David Lee Roth (che avrebbe avuto una carriera solista tutt’altro che fortunata), Monk scrive: “Ha una bella parlantina, improvvisa le sue folli sparate tra un pezzo e l’altro, incarna lo schianto dell’iconografia culturale più pop, è una bomba: un po’ di cabaret da villaggio turistico, una buona dose di comicità sgargiante in stile Las Vegas, il tutto nei panni del samurai heavy metal”. E a proposito dell’album 1984, lo stesso autore ricorda: “Perfino mentre collezionava vendite da capogiro e consensi di critica ovunque, e mentre la band piazzava a raffica un concerto sold-out dietro l’altro, le fondamenta su cui si era costruita la loro fama stavano cominciando a crollare inesorabilmente”, aggiungendo che in quel frangente “i Van Halen erano un gruppo profondamente diviso, vittima di controversie che correvano sul filo del rasoio, meschine o legittime che fossero”.

Come anticipato, infatti, l’uso di droga e di alcol era diventato senza freni, anche a svantaggio del sesso. Ma, soprattutto, di quel sogno adolescenziale di rimanere in vetta grazie alla propria arte. E Monk (che oggi vive in Colorado) non si è sottratto dall’analizzare tutto questo, raccontando parecchio di sé, del suo ruolo e (soprattutto) approfondendo il carattere dei singoli membri della band, sviscerandone gli alti e bassi sia come uomini sia come artisti di caratura mondiale.

I grandi magazine internazionali si sono espressi su Runnin’ with the Devil usando parole al miele: da “peccato che il titolo The Dirt fosse già stato preso” di Rolling Stone a “Monk condivide affascinanti informazioni di prima mano su come operava l’industria musicale in quel momento” di Library Journal fino al New York Times che, con ogni probabilità, meglio ha descritto il significato del backstage targato Van Halen: “C’è un sacco di sesso e droga qua dentro, insieme alle assurdità della vita hard rock”.

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