Donne del Rock: Annie Lennox

Steve Rapport se lo ricorda come fosse ieri: in quel periodo [aprile 1985] “I used to work with Eurythmics all the time, mostly on video shoots (in the Sweet Dreams video, Dave can be seen fiddling with my Minolta light meter while he’s sitting in the field with the cows).” La sua memoria è attivata in particolare da uno dei tanti scatti che lo resero celebre: un primo piano b/n di Annie Lennox, sguardo intenso dritto in camera, espressione seria e, forse, un po’ imbronciata. In realtà, spiega sempre Steve, si era appena resa disponibile a farsi (ri)fotografare perchè era finalmente riuscita a mettere qualcosa sotto i denti. Erano ore e ore che posavano, filmavano, fotografavano e i morsi della fame l’avevano effettivamente resa un po’ intrattabile.

Rapport, per chi non lo ricordasse, è stato il fotografo del rock dei primi anni ’80. Gli stessi anni in cui l’avvento del videoclip, l’esordio di MTV e le inedite commistioni elettroniche tra rock e pop contribuivano a creare un nuovo fenomeno non solo musicale ma anche iconografico e, più in generale, di costume. Il suo obiettivo aveva consacrato definitivamente, anche in termini di immagine, star del calibro di David Bowie, Bruce Springsteen, Paul Weller e molti altri: essere immortalati in un suo scatto era il traguardo – o la conferma – dell’appartenenza al firmamento delle celebrità (e lo è ancora ora, a giudicare dal costo delle riproduzioni che ha reso disponibili su Rock Archive!).

Ora, non dovremmo aver dubbi sul perchè la Lennox sia arrivata a posare per lui. Mentre potremmo avere delle curiosità sul come sia giunta a essere un soggetto interessante, non solo per i fotografi di settore, ma anche per la nostra rubrica, specie a seguito dei revisionismi degli ultimi anni, che vorrebbero relegarla senza appello alla mera sfera pop.

Restando, intanto, su un piano percettivo visivo, è fuori discussione la radicale rottura estetica introdotta dalla Lennox con la sua conturbante androginia degli esordi (celebre il look ammiccante tanto alle parafilie feticiste che al cross dressing in Sweet Dreams). Non fu un richiamo intenzionale alla sua identità sessuale (ufficialmente etero, come confermerebbero anche i suoi tre matrimoni) ma il mondo gay (e quello lesbo in particolare) la elessero immediatamente a propria icona, senza peraltro ricevere alcuna sconferma dell’interessata (che, consapevole che all’epoca “Lots of people were leering and sexist”, si limitò a un “Does that mean I’m not attractive to men?’ I think intelligent heterosexual women are challenging for heterosexual men.”) e soprattutto della casa discografica, che fiutava, in quel particolare interesse di nicchia, un grande affare.

E l’affare effettivamente ci sarebbe stato, seppur anche per altre ragioni.

Come raccontò molti anni dopo Dave (Allan) Stewart (ex fidanzato della Lennox e co-fondatore degli Eurythmcs, e prima ancora, dei più folk The Catch e The Tourist, in cui lui era tastierista e compositore e lei voce), quando la loro relazione, molto profonda e intima (“Our relationship was incomparable to anyone I know.“), finì lui ne uscì distrutto; faceva non poca fatica a reggere le interviste in cui, puntualmente, gli veniva chiesto se allora non fossero più una coppia, non vivessero più assieme, ecc… Tuttavia riuscire a mantenere l’affiatamento musicale nonostante tutto, divenne la loro forza: “At the start of making music together it felt weird and shaky. But with us, one plus one equaled five when it came to making music. We started to get really stronger, because we’d broken the emotional and sound barrier. We knew nothing could break us because we’d been through the worst thing.” Un legame che perdura ancora oggi a distanza di anni (e progetti, tanto lavorativi che sentimentali, separati): “As soon as people see us together, it’s like being suddenly dragged back in time. It’s very difficult for our husbands, wives, boyfriends, and girlfriends. No matter what Annie does or what I do in any genre, if we stand together as The Eurythmics, the people who grew up listening to us on the radio don’t like to see it—us—go wrong, because we’re tangled up in their lives.

Non dubitiamo del fatto che poi separarsi musicalmente, oltre che affettivamente, fu per i due una scelta davvero difficile. Gli estimatori del loro ricercato synth pop-rock sicuramente non video di buon occhio la separazione dell’ammaliante vocalità della Lennox dagli arrangiamenti ossessivi di Stewart, dopo nove anni (1981-1989) e 9 album insieme (e guadagni da capogiro – per album da oltre 75.000.000 di copie vendute – che non investirono sempre saggiamente). La stessa Lennox gli era sicuramente ancora molto legata, se consideriamo anche il modo in cui lo supportò nella sua fase di più acuto consumo di droghe (fu sempre Dave ad ammettere di aver avuto “a very rock-star life, with drink, drugs, stadiums filled with cheering fans, and dedicated partying and lost, louche nights“) improvvisando, pare inconsapevolmente, un programma quasi da rehab, del tipo “Perchè oggi non ti fai dieci righe di speed invece di 12?“, e cose simili.

Ma, come direbbe la strega marina di un noto film d’animazione disneyano, “La vita è piena di scelte difficili”. E la giovane Annie se n’era accorta abbastanza presto e cioè quando, abbandonata la provincia scozzese per una borsa di studio presso la prestigiosa Royal Academy of Music di Londra, non traeva grande soddisfazione dallo studio di pianoforte, flauto e clavicembalo, nonostante i buoni risultati conseguiti. Erano i primi anni ’70 e sbarcare il lunario era molto faticoso: Annie non poteva fare a meno di svolgere vari lavoretti (cameriera, barista, commessa) che la distraevano inevitabilmente, per molte ore al giorno, dallo studio della musica. Forse perchè non sentiva più il percorso confacente alle proprie aspettative, o forse perchè vittima del proprio perfezionismo, al terzo anno la Lennox decise di rinunciare agli studi (con sincero disappunto dell’istituto, che l’avrebbe poi nominata membro onorario nel 2006).

Nello stesso periodo, Dave raggiungeva Londra con l’amico e chitarrista Peet Coombes (con cui aveva poco prima fondato i Longdancer). Stewart era in cerca di fortuna, e la incontrò nel modo più imprevedibile: notando una Annie un po’ hippie, che indossava abiti stile Laura Ashley e portava lunghi capelli castani, mentre camminava distrattamente in un negozietto di alimenti naturali (e, dicono, lo sbirciasse a sua volta). Fu proprio lui a farle riaccendere la passione per la musica: “When I first went to her tiny bedsit she sang a song she’d written on a harmonium. It was like: ‘Holy shit. What are you doing as a waitress? You’re an artist’!” Fu così che l’interesse per il folk di Dave, Peet e Annie venne felicemente convogliato nei Tourist, riscuotendo rapidamente successo in tutto il mondo. Ma per poco: il loro tour australiano (1980) determinò la fine di questo progetto a tre. Infatti uno sciopero indetto dai dipendenti dell’aeroporto di Sidney (in cui sarebbero dovuti atterrare) costrinse la band a una tappa imprevista a Wagga Wagga. E durante la conseguente sosta forzata Dave e Annie ragionarono lungamente sulle problematiche connesse alla dipendenza da alcool ed eroina che Peet non riusciva più a nascondere (e contenere). Non poi è chiaro come, in quel frangente, il loro confronto a due finì con l’approfondire alcune tecniche di studio della musica apprese dalla Lennox alla Royal Academy (il metodo con cui tale Dalcroze Eurythmics, a inizio Novecento, aveva pensato di favorire le capacità ritmiche degli allievi – la c.d. “polyrhythmic ability” – con esercizi di espressività corporea); ma fu comunque così che il celebre sodalizio a due trovò un nome, venendo definitivamente sancito. Il nuovo inizio musicale (avviato con timide sperimentazioni domestiche al synth e poi esordito nel 1981, forse un po’ troppo in sordina, sotto la supervisione di uno grandi del krautrock, Conny Plank ) coincise anche con la fine della loro vita di coppia (argomento approfonditamente trattato nella loro prima produzione): ma su questo non c’è molto che non sia già stato stra-pubblicato e stra-vivisezionato dai rotocalchi dell’epoca (e non solo).

Si è forse un po’ persa la memoria, invece, di alcuni momenti che contribuirono alla (ri)nascita della Lennox come mito della cultura pop. Annie in copertina su Rolling Stones (1983) dopo il grande botto di Sweet Dreams (1982); Annie ai Grammy Awards del 1984, durante i quali si esibì in una non poco compiaciuta “Elvis version”, con tanto di ciuffone nero frontale; la sempre provocatoria – e sempre telegenica – Lennox nelle vesti di una sofisticata “sex worker” e di un androide coerentemente ambiguo in termini di genere (e tale da far scaturire, negli USA, un vivace dibattito circa il vero sesso della cantante) nel video di Love is a Stranger (in verità, la riproposizione di un brano non decollato per un caso da manuale di cattivo marketing); o, ancora, nel video di Who’s that girl, la Annie-donna, cantante di nightclub tradita, che trova consolazione baciando… sé stessa, cioè una Annie-uomo nei panni di un avvenente giovane.

Il camaleontismo della Lennox, sempre in bilico tra il cyborg e il gender fluid, sicuramente influì anche sulla selezione degli Eurythmics per la colonna sonora dell’orwelliano 1984, a cui contribuirono con la decadente e alienante For The Love Of Big Brother (in cui la nostra dà l’ennesima prova di elevata competenza tecnica, transitando agevolmente da un estremo all’altro della sua estensione vocale). Il percorso della band, però, nonostante i traguardi della Lennox fossero sempre più in salita (quattro Brit Awards come miglior voce femminile britannica; Stewie Wonder che suona l’armonica in There must be an angel; Aretha Franklin che le si affianca per inneggiare all’emancipazione femminile in Sisters Are Doin’ It for Themselves), diventa commercialmente in discesa. Al lento declino del progetto con Stewart si aggiunge un non semplice tracollo nervoso sopraggiunto negli ultimi anni con gli Eurythimcs: Annie non lo supererà mai del tutto, con tanto di depressione maniacale e ansia da palcoscenico che torneranno ciclicamente a farle visita.

É comunque con il suo nuovo percorso solista che la grande contralto scozzese (ormai ribattezzata La Grace Jones bianca) decolla veramente: tra il 1992 con Diva (è il caso di dire nome omen) e il 1995 con Medusa (e anche qui avremmo molto da dire su certe evocazioni molto thanatos et eros) abbiamo un’evoluzione effettivamente più pop che rock, che le permette di valorizzare anche le potenzialità più soul (quando non, a volte, persino un po’ anni Quaranta) del suo particolare timbro vocale. E c’è anche chi spera di vederla di nuovo sul grande schermo, dopo averla apprezzata come attrice in The Room (1987) di Robert Altman. Purtroppo, però, con grande cruccio dei fan, all’apice della sua carriera corrisponde anche un suo progressivo ritiro dalle scene (salvo sporadiche riapparizioni, assolutamente degne di nota, come Into the West, composta per Il Signore degli Anelli, che le procurò un Golden Globe e un Oscar per la miglior canzone originale) per dedicarsi maggiormente a grandi temi politico-sociali e ambientali.

Partecipa al concerto per il Giubileo della Regina Elisabetta (2002); parla con Nelson Mandela del problema dell’HIV in Africa diventando ambasciatrice OXFAM (2003); si occupa di tante altre “cause difficili” per cui otterrà dalla stampa titoli onorifici ufficiosi quali “la pasionaria del Tibet” (in supporto dell’associazione Free Tibet Campaign) o “stella verde” per il suo impegno ecologista a fianco di Greenpeace (che nel 2007 la porta a lavorare di nuovo in tandem con Stewart per fondare una “succursale” della nota associazione, Greenpeace Works, a Los Angeles) o a tutela della foresta di Sherwood dal fracking, con l’associazione Friends of the Earth (2018), e via dicendo. Non si è fatta remore nemmeno a criticare apertamente, all’apertura del Festival of Politics di Edimburgo (2009), la Chiesa Cattolica per la sua ostinata condanna del preservativo, pur così determinante per contenere la propagazione dell’AIDS in Africa. Supporter per Amnesty International e per la Burma Campaign UK, UNESCO Goodwill Ambassador per la lotta all’AIDS, insignita dell’Officer of the Order of the British Empire (OBE) dalla Regina Elisabetta in persona per la sua campagna contro la povertà, i riconoscimenti per il suo impegno civile (che non è possibile elencare dettagliatamente per esigenza di brevità) superano di gran lunga i non pochi meriti in ambito musicale.

Ma perché, a un certo punto della sua vita, la Lennox sembra proprio abbandonare la musica per la filantropia?

Complice la tendenza psicanalizzante di una certo giornalismo, per un po’ venne sostenuta l’ipotesi di un imprinting politico ricevuto nell’infanzia dal padre, operaio socialista che lavorava nei cantieri navali di Aberdeen. “There was this whole working-class ethos of communism and trade unionism. It came from the shipyards. Unfortunately they didn’t know what was really going on in the Soviet Union – dichiarò lei stessa alla stampa, precisando poi, però – “I’m not a party political person. I want to be a grass-roots activist from outside the parties because I don’t trust them.

Più accreditata, anche se mai del tutto esaustiva, la tesi secondo cui invece Annie dovesse “solo” soddisfare il bisogno di fare la mamma (ed esprimere il proprio lato accogliente ed empatico), manifestatosi in corrispondenza della nascita di Lola (1990, oggi cantautrice – ma l’evento che l’ha rese famosa fu la distruzione della propria casa – in pieno teenage movie style – durante la sua sedicesima festa di compleanno “promossa” via MySpace ) e poi definitivamente predominante con l’arrivo della seconda figlia Tali (1993, oggi modella). Quando ancora era sposata con il produttore e attivista israeliano Uri Fruchtmann (secondo marito e padre delle sue bambine), in effetti dichiarò: “Ho fatto il minimo necessario di promozione per ‘Medusa’ – un concerto a Central Park a New York – ma non sono riuscita a fare di più. Poi sono subito tornata a casa, a Londra, e ho incominciato il processo di smontaggio di tutte le sovrastrutture che la mia personalità aveva acquisito da quando sono diventata famosa. La mia carriera è sempre stata un’arma a doppio taglio per me: la musica è una parte profonda di me e della mia vita, ma non riesco a vivere bene il successo. Ho capito che era tempo di chiudere la porta e ritirarmi dentro me stessa, per capire chi sono. Questo ho fatto, insieme ad allevare i miei bambini. […] Certo, noi come artisti possiamo coinvolgere le persone in modi di cui non abbiamo neanche il controllo, ma diventare un mito, proprio no. […] Credo di avere avuto pienamente successo come persona normale“.

E proprio le vicende di “mamma Lennox” tennero sospeso il fiato di un vasto pubblico quando, nel 2015, il kayak di Tali e del suo fidanzato Ian si ribaltò facendo temere per il peggio: il corpo di lui venne purtroppo ritrovato solo 48 ore dopo, quando ormai non c’era più niente da fare. E se Tali venne sottratta in tempo ai flutti del fiume vicino a Staatsburg (New York), lo si deve solo al fortuito passaggio di alcuni sconosciuti che la scorsero dalla propria imbarcazione. La madre di Ian, Sherron Jones, si appellerà pubblicamente alla propria spiritualità per superare il grave lutto. Non altrettanto “facile” (si fa per dire…) sarà per Tali, che continuerà a dichiarare, disperatamente, che Ian è morto nel tentativo di salvare lei.

Come Annie sia riuscita a stare vicino a Tali e a Sherron in quel drammatico frangente non ci è dato saperlo, perchè l’epilogo della vicenda è stato poi gestito dalle rispettive famiglie nel massimo della riservatezza. Una cosa però la Lennox, della vita, l’ha sicuramente capita (proprio lei, che venne alla luce nella notte di Natale, come un dono): la vita dà, la vita prende.

E la vita prese anche a lei un figlio, Daniel, nel lontano 1988. Lo racconta lei stessa, vent’anni dopo, durante un’intervista radiofonica alla BBC: “It had an immense impact on me. It made me realise that the human condition is immensely fragile and strong at the same time.” Mentre lei partoriva il proprio piccolino nato morto, un terribile terremoto sconquassava la Turchia, uccidendo migliaia di persone: “Curiously enough, I identified with those people because I saw that loss is all around me… When I hear about other people’s tragedies and losses, I so empathise with them.

Questa dunque la lezione appresa da Annie: se è il dolore che accomuna la condizione umana, a ciascuno spetta il compito di lasciare un segno positivo lì dove dove quel dolore ne ha impresso un altro di tutt’altro tipo.

E che Annie sia una che lasci il segno non abbiamo dubbi. Lo pensa probabilmente anche Stewart, se è vero – come sostengono alcuni – che non solo non può fare a meno della sua amicizia, ma persino la sua terza moglie, la fotografa olandese Anoushka Fisz (con cui è – pare proprio definitivamente -sposato dal 2001), ha qualche somiglianza fisica di troppo con la Lennox.

Povero, povero Stewart, perseguitato da una stampa pettegola e starnazzante. Tuttavia, se anche così fosse, insomma, se “quei giornalisti” avessero ragione, Annie non apprezzerebbe: lei che è per principio contraria alla staticità, alla – come dice lei – cristallizzazione, lei che è riuscita persino a far dondolare a tempo il venerabile capo del Dalai Lama (vedere il commuovente live di I saved the world today – proposto poco sotto – per credere!), non permetterebbe mai a nessuno di inibirla, replicarla o limitare la sua fiera autodeterminazione. Nemmeno al suo miglior amico. Giusto a proposito di un’ipotetica ripresa dei rapporti (musicali) con Dave, ventilata non troppo tempo fa da un intervistatore nostalgico degli Eurythimcs, Annie ha sentenziato, lapidaria: “He lives in America and I’m over here [in Britain]. We’re both working on our own things. For me it would be like a step backwards and I want to keep moving forward.

E anche oggi che, non più giovanissima (ma sempre con quel non-so-che del suo storico look da rocker alla Debbie Harry), é afflitta da un fastidioso stress alle corde vocali, pur dedicandosi – con sana indulgenza – ai propri hobby (la cucina salutista e la creazione artigianale di gioielli, ammirabili sul suo profilo Istangram), non rinuncia a guardare avanti, pensare in grande e meditare sulla propria missione su questo Pianeta. Magari con l’uomo (davvero) giusto accanto: il coetaneo Mitchell Besser, medico e fondatore dell’organizzazione Mothers2Mothers per le madri sieropositive sudafricane, sposato nel 2012. Intervistata sul senso della sua “nuova vita” alla soglia dei 60 anni, con poca musica (“L’impulso a esprimermi veniva [in passato] dalla depressione, a volte dalla disperazione, dall’ansia, oppure dal tentativo di tirar fuori un senso dalla confusione. Certi aspetti dark erano il catalizzatore per creare.“) e molto attivismo, non ha dubbi: “Viviamo tutti alla ricerca di qualcosa, come in “Sweet Dreams”, ma non sappiamo di che si tratti. E, ammesso che la troviamo, diventa in un attimo la cosa sbagliata… Il problema è che la “oggettiviamo” in qualcuno, “proiettiamo” su un altro per realizzarci. Un atteggiamento adolescenziale. C’è tanta più soddisfazione con una visione matura dell’amore, che pone al primo posto la gratitudine, al secondo il rispetto. Devi passare attraverso un sacco di esperienze per capirlo” E poi precisa, a proposito del suo non riconoscersi come “celeb“: “Sono una musicista e una comunicatrice, da tutta la vita cerco di fare qualcosa che tocchi le persone. […] Nei Paesi in via di sviluppo a 40 anni muoiono. Per favore, è un nonsense! Ho visto spegnersi madri con la metà dei miei anni solo perché non avevano accesso ai medicinali contro l’Aids: un’oscenità. Se tieni conto di questo, i parametri cambiano. […] Siamo gocce nell’oceano: siamo venute, andremo. È la vita. […]”

Speriamo allora che non ce ne voglia se, nell’umile tentativo di condensare degnamente la sua molteplicità, la ricorderemo e celebreremo così come apparve al Wembley Stadium di Londra il 20 aprile 1992, a fianco di David Bowie e di quel che restava dei Queen: elegantemente provocatoria mentre commemorava, attraverso una grintosa (e coinvolgente!) cover di Under Pressure, non solo l’amico Freddie Mercury, ma anche tutte le vittime dell’AIDS.

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