Pearl Jam – Gigaton

Al mondo ci sono alcuni musicisti che qualunque cosa facciano tendenzialmente ci azzeccano e che sembrano possedere il dono di tirare fuori i diamanti dal letame (nonostante quello che afferma De André) ed i Pearl Jam, i survivors dell’era Grunge, ERANO una di queste band.
Dico volutamente erano, sottolineandolo in capitol letters perché, dopo aver aver ascoltato il loro ultimo album dal pomposissimo titolo Gigaton, sono davvero convinto che Eddie Vedder e soci abbiano perso il loro potere magico per la strada.
Già con gli album precedenti i PJ si erano allontanati da quelle sonorità che li avevano resi tra i paladini della Generazione-X ma con questo ultimo lavoro i 5 di Seattle abbandonano definitivamente ogni velleità Grunge (che, diciamolo, nel 2020 non aiuta a vendere dischi) per un politicamente corretto Alternative Rock che va tanto di moda oggi e che mette d’accordo tutti, grandi e piccini.

L’album esordisce con Who Ever Said, uno dei pochi brani degni di nota del disco perché ci fa sentire ancora quell’atmosfera polverosa e grezza che caratterizzava la musica di Seattle negli anni ’90; la voce di Eddie è graffiante il giusto per illuderci che sia rimasto un po’ di Hard Rock nella vita dei Pearl Jam.
Sembra che Vedder e compari abbiano deciso di mettere questo brano come apertura dell’album per assicurarsi che i fan di vecchia data si sentano attirati dal disco, quasi a voler dire “sentite che tiro ha sto pezzo? Non volete andare avanti con l’ascolto?” beh no, caro Eddie… forse sarebbe meglio se ci fermassimo qui.
Ecco che tutti i buoni propositi iniziati con il pezzo precedente, cadono miseramente con Superblood Wolfmoon; un riff di chitarra ripetitivo che accompagna una strofa ed un ritornello abbastanza amorfi.
Il pezzo non decolla mai se non per l’assolo verso la fine della canzone, unico momento davvero interessante di tutto il brano. Non ci siamo proprio! E dire che questa canzone era anche stata scelta come secondo singolo.
Solitamente I Pearl Jam ci sanno fare con i lentoni, sopratutto grazie alla voce calda di Vedder che riesce a rendere un pezzo di pochi accordi molto variegato e coinvolgente ma non è questo il caso di Alright; il brano infatti è semplicemente noioso, non ha mai una vera evoluzione e i pochi suoni di chitarra molto in stile The Edge rendono il tutto già sentito; ci sono altre ballad composte dai Pearl Jam che vale molto più la pena ricordare.
Con Never Destination sembra finalmente che il disco si riprenda un po’, già solo per il fatto che riesce a risvegliare l’attenzione che si era piano piano assopita con i brani precedenti; nulla a che vedere con altri colossi composti dal quintetto ma risulta comunque divertente, con un ritmo incalzante ed un ritornello punk quel tanto che basta a non farci pentire del tutto di aver acquistato il disco.
Non basta questo a salvare tutto il lavoro ma se non altro fa piacere sentire che ci sia ancora dell’energia nascosta in quelle camicie a quadri.

E’ evidente che a Vedder non piaccia essere ricordato come l’unico sopravvissuto alla maledizione dei cantanti Grunge ed è sicuramente questo uno dei motivi che, nel tempo, l’hanno spinto ad allontanarsi sempre di più da quel tipo di musica (vedasi anche le sue produzioni da solista che nulla hanno a che fare con la vena Rock più dura dei primi Pearl Jam).
Se quindi la produzione dei PJ è caratterizzata da una grande dinamicità, è anche vero che in tutti i loro lavori c’è stata una certa coerenza, una sorta di filo conduttore che lascia all’ascoltatore la sensazione di avere a che fare comunque con un disco del quintetto.
In questo nuovo album invece si ha l’impressione che Eddie e soci abbiano cercato un facile riscontro radiofonico (probabilmente anche gli alfieri della controcultura devono pagare le bollette) inseguendo un genere musicale easy listening e facendo il verso ad altre band come U2 o R.E.M., il tutto però risulta stantio, noioso ed anche poco originale ed i pochi pezzi davvero interessanti dell’album non riescono a togliere il retrogusto di sterilità che questo disco porta con sé.
Conoscendo il grande potenziale della band di Seattle, che in questo caso è andato un po’ sprecato, sono convinto che questo sia un disco di cui si poteva benissimo fare a meno.

Grazie come sempre per la vostra attenzione e se, con questa recensione, sono riuscito a farvi risparmiare la delusione dell’acquisto del disco, allora la mia missione può dirsi conclusa.

Tracklist:

1. Who Ever Said
2. Superblood Wolfmoon
3. Dance of the Clairvoyants
4. Quick Escape
5. Alright
6. Seven O’clock
7. Never Destination
8. Take The Long Way
9. Buckle Up
10. Comes Then Goes
11. Retrograde
12. River Cross

Line-up:
Eddie Vedder (Voce, Chitarra)
Mike McReady (Chitarra)
Stone Gossard (Chitarra, Tastiere)
Jeff Ament (Basso)
Matt Cameron (Batteria)

Anno: 2020
Etichetta: Republic Records
Voto: 5.5/10

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