King Crimson – In The Court Of The Crimson King

Sì, quello in copertina è un uomo spaventato, angosciato, terrorizzato a tal punto che è definito schizoide: una personalità che non ha voglia di contatti sociali ed addirittura li teme. Ma perché la scelta di tale copertina? Eppure è una cover tra le più famose della musica. Calmi… perché la copertina esterna di In The Court Of The Crimson King non lascia spazio a superficialità, siccome ce n’è anche una interna che mostra (forse lo stesso personaggio, tale Re Cremisi) in un atteggiamento quasi buddista, con sorriso e mani in segno di pace ed a tendere aiuto. Sicuro? Non del tutto. Osservate solo i suoi occhi, sono tristi:

Beh sì, non è un album allegro ovviamente. Tali elementi ci mettono in guardia. Ma è un disco molto meditativo e riflessivo. Copertina e retro sono due dipinti di un 23enne, tale Barry Godber, deceduto sfortunatamente l’anno successivo. I King Crimson erano in possesso delle sue due uniche opere attraverso il loro chitarrista Robert Fripp e la band le scelse come icone dell’album. Ciò che andremo ad ascoltare è un progressive a tratti “folle”, a tratti calmo, a volte rassegnato. Ovviamente siamo nel 1969 e dei leggerissimi tratti psichedelici non possono mancare.

Il 21st Century Schizoid Man è tale perché il ’69 è comunque un brutto periodo: “Innocents raped with napalm fire”. E se si parla di napalm si parla di Vietnam. L’uomo del 21esimo secolo sta fuori di testa perché “poets’ starving, children bleed“. Un sax in primo piano suona un motivo allegro, cede poi alla voce che si capisce a stento, sì perché le parole non sono molto chiare, il cantato è molto distorto. E’ poi la volta di una “corsa” musicale (tecnicamente impeccabile), con un lamento di sottofondo. Dopo viene un po’ più di calma ma con una chitarra sofferente ed angosciata. Suoni a caso si ripetono successivamente in progressione portando ad una sorta di motivo musicale isterico, anche se netto e chiaro. Chiude una confusione strumentale che lascia immaginare una sola cosa nel collettivo immaginario: un manicomio. La copertina dell’album è quasi totalmente dedicata a questo pezzo. Svelato l’arcano della scelta di quel faccione inquietante.

Seguono la calma e la serenità, ma con una vena nostalgica e malinconica, di I Talk To The Wind. Un dolcissimo flauto in sottofondo accompagna tutto il pezzo e quasi ci coccola in una ninna nanna, con alcune note di mellotron che accentuano il tutto. Il pezzo è una poesia, o forse meglio ancora il discorso di un giovane hippy che cerca di ribellarsi alla moderna società, cerca di essere ascoltato, ma le sue parole vanno (appunto) al vento, e qui giunge la malinconia e l’impotenza che cercano conforto in una serenità che forse è più falsa di quanto possa apparire alle nostre orecchie.


The fate of all mankind I see is in the hands of fools” è un passo che riassume un po’ tutto il significato del disco. Epitaph è per l’appunto l’epitaffio, la scritta sulla lapide di un defunto, ed il pezzo recita anche “Confusion will be my epitaph”. C’è rassegnazione ormai. Il mellotron fa da padrone questo pezzo che a tratti appare inevitabilmente funereo. Il sound è nostalgico e sembra proprio ricordare una persona che non c’è più. La batteria alla fine ricorda una marcia, quasi a volersi riprendere e dar speranza, ancora un ultimo atto di forza e coraggio. Non abbandoniamoci alla morte, resistiamo.

Anche Moonchild ha un mellotron molto dolce ma non del tutto rasserenante, pur se il testo è una poesia davvero bella che dovete leggere. Questo per i primi due minuti e mezzo, ma il pezzo ne dura ben dodici. Poi il posto lo prende per lo più un vibrafono accompagnato da altri strumenti. Ma è una parte che potrebbe annoiare facilmente, con poche note che vorrebbero dare un’immagine del testo del pezzo. Un’immagine in particolare: “Call her moonchild dancing in the shallows of a river”. Ma no, dura troppo questa parte. Se dobbiamo fare della meditazione va bene, se abbiamo bisogno di dormire va bene, ma per un ascolto musicale “vero e proprio” è tediosa. Bene aspettiamo che finisca questa inutile parte di dieci minuti o passiamo al pezzo successivo…

Una fine che appare gloriosa. The Court of the Crimson King accompagna la voce, all’inizio, con chitarra acustica e flauto. Un ambiente medievale descrive vari personaggi che compiono azioni, quali il pifferaio, il coro, la regina nera, le prigioni con tanto di catene, il giocoliere ed altri. Non manca il flauto dolce a voler dare stavolta davvero un tono di placidità, di assenza di preoccupazioni, così come lo è stato il medioevo: epoca sicuramente meno nevrotica degli anni ’60 nonostante i suoi siano stati etichettati come secoli bui.

Cinque pezzi, tre quarti d’ora di ascolto. Varie sensazioni non del tutto piacevoli ma un finale tutto sommato che vuol rifarsi con il desiderio che l’ascoltatore non rimanga con l’amaro in bocca o con brutte sensazioni dopo l’ascolto dell’album governato dal Re Cremisi. Tracklist che possiede anche i sottotitoli. In effetti alcuni brani sono divisi in “sotto-brani” se possiamo concederci un neologismo. Il che è assolutamente tipico del prog rock.

Tracklist:
01. 21st Century Schizoid Man (including Mirrors)
02. I Talk to the Wind
03. Epitaph (including March for No Reason and Tomorrow and Tomorrow) –
04. Moonchild (including The Dream and The Illusion)
05. The Court of the Crimson King (including The Return of the Fire Witch and The Dance of the Puppets)

Line-up:
Robert Fripp – chitarra
Ian McDonald – flauto, sassofono, clarinetto, vibrafono, tastiere, mellotron, voce
Greg Lake – basso, voce
Michael Giles – batteria, percussioni, voce
Peter Sinfield – testi

Anno: 1969
Etichetta: Island
Voto: 9/10

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