Donne del Rock: Courtney Love

La cantante che molti ancora oggi considerano la Yoko Ono del grunge esordì, in verità, palliduccia, sboccata e “paffuttella”. Ma con grinta da vendere.

Concepita all’interno del fulmineo matrimonio tra un tizio troppo intenzionato a restare nel giro dei Grateful Dead per fare il papà e una psicoterapeuta veterofemminista hippy (assidua partecipante ad atti di disobbedienza civile –  e conseguenti arresti), nacque Love Michelle Harrison, nel 1965, ma venne “ribattezzata” Courtney Michelle Harrison dalla madre non appena questa – causa “defezione” dell’ex marito dietro a qualche tournée dei Grateful –  ottenne la custodia esclusiva della figlia.

Dell’infanzia di Courtney non si sa molto: lei stessa non cita volentieri la “comunità teepee” dell’Oregon in cui la madre l’aveva fatta crescere senza preoccuparsi troppo del silenzio “quasi autistico” in cui lei trascorreva le sue giornate. Turbata dall’educazione ricevuta – niente tacchi, niente trucco, solo jeans e camicie di flanella unisex – e dalla comparsa di brufoli e qualche chiletto di troppo, l’adolescente Courtney finì a 13 anni in riformatorio per un tentato furto in un negozio. L’esperienza fu musicalmente propizia: a Joni Mitchell, Leonard Cohen e Bob Dylan, che già ascoltava, si aggiunsero i Sex Pistols, i Pretenders, Patti Smith. E decise di non tornare più a casa.

Seguirono più e meno brevi soste, quasi sempre grazie all’ospitalità di qualche amico musicista (e a qualche soldino mensilmente versatole dalla nonna), nelle principali città dello show business in Europa e America. Quegli anni furono anche un periodo di sperimentazioni estetiche (tra cui una fase goth con tanto di capello corvino) e soprattutto psicotrope. Erano gli sgoccioli degli anni ’80 e di quell’epoca ci rimangono alcune interviste televisive, un paio ruoli cinematografici (tra cui una riuscita comparsa da punkettona nel Sid e Nancy di Alex Cox), qualche lavoretto come spogliarellista in Alaska e, finalmente, il debutto musicale: dapprima (e brevemente) come cantante dei Faith No More e poi con le Sugar Baby Doll. Queste ultime, però, preferirono proseguire il loro percorso come Babes in Toyland, costringendola a un piano B.

Arrivò dunque il 1989. Di quel periodo esiste una versione ufficiale, secondo cui Courtney cercò (insieme con il chitarrista Eric Erlandson) i membri della nuova band attraverso un annuncio; e una versione ufficiosa, secondo cui Courtney avrebbe provato a frequentare altri musicisti, se non per collaborare continuativamente, almeno per avere “qualche piccolo aiuto”. Tra questi ci sarebbe stato anche Billy Corgan, cofondatore dei neonati Smashing Pumpkins. Ebbero dunque una relazione, come assicurano i più? O lui rimase a pendere dalle sue labbra, pur avendo ricevuto un due di picche (su cui mettono la mano sul fuoco i soliti beninformati), al punto che  – anni dopo – avrebbe scritto per lei diverse canzoni di Celebrity Skin restando poi amaramente deluso per il mancato riconoscimento dei crediti? Non lo sapremo mai: i due si sono ufficialmente riappacificati una manciata di anni fa, ma sulle origini del conflitto (soprattutto quelle personali) lei è vaga e lui… stizzosamente muto.

Comunque, Courtney scelse di chiamare la sua nuova band Hole, in onore di un passo della Medea di Euripide che l’aveva profondamente colpita (il “buco” sarebbe l’ “abisso che abbiamo dentro”). Per altri, invece, la giovane ribelle del rock si riferiva più prosaicamente all’ingresso dei genitali femminili. Ma tant’è. La band finalmente c’era e poco dopo l’incisione di Pretty on the inside (1991) -prodotto nientepopodimeno che da  Kim Gordon dei Sonic Youth – iniziò la relativa tournée.

Checché ne dicano i detrattori, le Hole esordirono prima dei Nirvana e con uno stile già definito, solo un po’ più acerbo del successivo (e più graffiante, urlante, disgustato) Life trough this (1994). Tra i due album, però, la faccenda si complica, perché la Love e Cobain ebbero una delle più discusse relazioni della storia del rock.

Pare che iniziò tutto con Kurt che, alla tv inglese, lodò Courtney con un “è la migliore scopata possibile al mondo”. Seguirono nozze alle Hawai nel febbraio del 1992 e, poco dopo, quella maledetta intervista a Courtney a seguito della quale Lynn Hirschberg (Vanity Fair) scrisse che la cantante aveva abusato di eroina mentre aveva la piccola Frances Bean in grembo. Fu l’inizio della fine: la potestà genitoriale di Kurt e Courtney venne temporaneamente sospesa; i rapporti di quest’ultima con le Riot Grrrls (sì, quelle – per rinfrescarvi la memoria – del lancio del Tampax usato sul pubblico, durante il concerto di Nirvana e Nick Cave in Inghilterra, nel 1992) si incrinarono; peggiorarono anche i rapporti con la sua nuova bassista, Kristen Pfaff: bella, talentuosa e tanto – troppo! – premurosa nei confronti di Kurt, goffamente alle prese con la piccolissima Frances Bean. Alla Love la vicinanza tra Kurt e Kristen (vicinanza morale, ma anche fisica, visto che abitavano a poche miglia l’uno dall’altra) piaceva talmente poco che quando quest’ultima entrò nel Club 27 due mesi dopo Kurt (per un’overdose di eroina che la colse nella vasca da bagno) non si spese in parole di cordoglio. O almeno, questa la versione delle malelingue. Le stesse che misero in dubbio l’ipotesi di suicidio di Cobain e che avrebbero poi visto in Kristen un’amante speranzosa nel di lui divorzio.

Kurt mise fine alla sua esistenza nella settimana in cui le Hole immettevano nel mercato il loro capolavoro: Life through this (1994). Album dell’anno e tra i 500 migliori album di sempre per Rolling Stone, miglior album del 1994 anche per Billiboard, ma anche (almeno nella primissima edizione) oggetto di un sinistro presagio: la traccia “anti-NirvanaRock Star venne sostituita (in quanto ritenuta non artistica dalla nuova casa discografica) con la canzone Olympia, ma sopravvisse sulla copertina per una mancata sincronia con la stampa della stessa. Un’altra preziosa perla sarebbe stata anche Violet, canzone sullo sfruttamento sessuale delle donne, non a caso scelta come colonna sonora da diversi film e selezionato tra le 500 canzoni più belle di sempre da Blender.

Ma, nonostante il successo, qualcosa dentro Courtney sembrava frantumato per sempre. Un maggior contegno nel look (che si andava ad aggiungere ai precedenti “ritocchini” a naso e petto) e qualche nuova soddisfazione artistica (tra cui una pregevole cover di Gold Dust Woman per la colonna sonora del sequel del Corvo, e la nomination come miglior attrice non protagonista ai Golden Globe del 1997) ci avrebbero potuto indurre a credere che Courtney, sotto sotto, fosse rimasta la tigre che non esitava a fare a pugni con hostess o giornaliste e che anni e anni prima aveva dichiarato: “Ho crema per le emorroidi sotto gli occhi e nastro adesivo sul culo e mi faccio strada graffiando e facendo [segue un BEEP], ma ho vinto il premio di Miss Congenialità”. E invece diversi suoi testi, già a partire da Celebrity Skin (1998), continuavano a testimoniare la dolorosa persistenza di Kurt Cobain nella sua vita (Playing your song, Malibù e soprattutto la struggente Northern Star).

Dopo lo scioglimento ufficiale delle Hole (2002), la Love ricadde nell’abuso di sostanze (motivo per cui Frances venne affidata alla nonna paterna) e avviò diversi procedimenti giudiziari contro vari soggetti (tra cui Dave Grohl, Krist Novoselic e la Geffen Records) sperando in risarcimenti economici. La sua creatività musicale iniziò a fare acqua da tutte le parti: al suo esordio solista (America’s Sweetheart, 2004), flop di cui lei stessa si vergogna ancora adesso, seguì una seconda impresa (Nobody’s Daughter, 2010) marchiata Hole senza il preventivo consenso di Erlandson, e ancora un terzo progetto, di nuovo ufficialmente solista e parimenti poco brillante, tra il 2014 e il 2015 (periodo in cui  venne anche citata in Tribunale per oltre 60.000 dollari di arretrati, tra parcelle dello psichiatra e trattamenti riabilitativi non pagati).

A distanza di oltre vent’anni dalla scomparsa di Kurt, gli haters non le danno tregua.

Potrà Courtney tornare a graffiare il microfono come una volta, magari con la band che la condusse agli antichi splendori? Melissa Auf der Mar, bassista subentrata a Kristen su consiglio di Billy Corgan (poi entrata negli Smashing Pumpkins dal 2002), interrogata in proposito a inizio di quest’anno è apparsa possibilista. A Courtney, adesso, l’ultima parola.

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