Richie Sambora – Aftermath of the Lowdown

Dopo un’attesa durata 14 anni, lo sbilenco chitarrista dei Bon Jovi è tornato.
Dopo Stranger in This Town (1991) e Undiscovered Soul (1998), Richie Sambora si rimette in pista e offre ai suoi (purtroppo sempre pochi) fan un terzo – e credo ultimo – album solista. Ma è soprattutto ai detrattori e a quelli che ancora “non lo conoscono” che Mr. Bluesman pensa mentre elabora ogni singolo pezzo di questo disco, affinché possa anch’egli farsi un nome, uno che sia distante dai Bon Jovi, se non altro. E a prescindere da questo disco, qualunque sia il giudizio che leggerete (che spero sia il più oggettivo possibile), Richie merita di essere visto come songwriter in prima persona, forse più del suo biondo collega.

Inutile dire che Aftermath of the Lowdown si discosta parecchio dal sound del caldissimo Stranger, e abbastanza dal “futuristico” Undiscovered, proponendo una mistura di generi che risulta ancora particolarmente assimilabile, e se questa sia una caratteristica propria di Sambora, non lo so, fatto sta che ognuno dei tre lavori è stato prodotto davvero con passione e dedizione. Passiamo dunque all’unica cosa che ci può far dire se questo Aftermath è valso la candela.

Burn the Candle Down: tanto per restare in linea col gioco di parole, la prima traccia ha partenza maschia, con un doppio accordo sparato a mille che ricorda un po’ le grandi improvvisazioni blues; il riff si getta in un cambio d’atmosfera e rende tutto tagliente col suono acido della chitarra – questa distorsione ci accompagnerà in quasi tutte le songs del disco. In ogni caso, la voce di Richie si attesta su livelli medi, senza raggiungere particolari vette, e viene riproposta la tecnica che usò su You’re not alone – da Undiscovered – ovvero una specie di vocoder molto grezzo. A differenza di quella song, però, su Burn the Candle Down funziona a meraviglia, tant’è che il pezzo scorre che è una favola nonostante tenga due begli assoli votati al blues.

Voto: 7,5/10

Every Road Leads Home to You: primo (e unico?) singolo, davvero una gran ballad, bella possente nella sezione ritmica, perfettamente indovinata la tastiera; qui si torna alla voce “naturale” e ai primi acuti, che come sempre non deludono un fan di Sambora e possono facilmente restare impressi nella mente del nuovo ascoltatore, grazie al timbro caldo ed espressivo e, sicuramente, al ritornello – mainstream ma non troppo – che ti entra nel cuore e lì resta. Ottimo il bridge con i due acuti, bello il solo. Forse un po’ corto, ma è meglio così: è raro trovare un chitarrista di spessore che non si lascia prendere dalla foga di suonare – vedi Malmsteen, eppure io sono un grande fan di quest’ultimo! Bella la coda acustica.

Voto: 8,5/10

Taking a Chance on the Wind: country! Chitarra acustica e tanto ottimismo in questa terza traccia, solare e spontanea, che racconta la forza d’animo di un uomo che non vuole arrendersi di fronte ai problemi della sua vita: il passato è passato, e su questo Richie ci mette non una, ma ben due pietre sopra. Anche qui un assolo giusto e misurato, il ritornello è originale ma anche qui la song ti entra in testa. Un altro bell’episodio, sebbene il meglio debba ancora venire.

Voto: 8/10

Nowadays: Foo Fighters? Green Day? Nirvana? Richie Sambora prende un po’ di tutto e lo infila in Nowadays, quarto brano di Aftermath. Abbiamo un riff portentoso, dalla grinta facile e dall’animo un po’ teen, senza però esagerarlo; ottime le strofe, davvero esaltanti, l’assolo è la tamarrata che ci voleva e il ritornello esplode in una melodia fatta di acuti belli potenti, duri accordi e dolci arpeggi: un ossimoro che corona questa song come il VERO singolo dell’album.

Voto: 8,5/10

Weathering the Storm: un ritorno alle atmosfere bonjoviane, questa song scritta da Richie con Bernie Taupin presenta i primi “acutoni” nel ritornello, di classico stampo Jovi ma con l’elemento in più che è la voce di Sambora; il testo è molto bello, e riguarda la difficoltà del “superare la tempesta” ogni qual volta una difficoltà o – peggio ancora – una tragedia si abbatte su di noi. Eppure, come dice il ritornello, “ti togli la pelle vecchia e riparti da zero”. Insomma, una song intimista con un solo “banale” se messo in confronto con gli altri, in quanto contiene i classici licks del chitarrista in questione: in definitiva bella, ma qualcosa la rende “soltanto” tale.

Voto: 8/10

Sugar Daddy: una song che ha fatto molto discutere i fan, in quanto anche qui abbiamo un effetto vocale parecchio grezzo e un testo che si distacca anni luce dalle riflessioni, dalla saggezza e dal “dolore amoroso” alle quali Richie ci ha abituati. Cioè, sembra un pezzo suonato da lui il cui testo è stato scritto dai Guns n’ Roses dei tempi di Appetite for Destruction – non fraintendetemi, ADORO quella band e quell’album, ma in questo contesto Sugar Daddy stona un po’ col resto del tema, che è appurato essere La Rinascita, il Nuovo Inizio dopo il baratro.

Voto: 7/10

I’ll Always Walk Beside You: la rinascita psico-fisica di Sambora continua con questa prima vera power ballad, che parte dolce e leggera come una piuma fino al primo ritornello, dove i possenti acuti sono rimandati al secondo e vengono sostituiti da degli ottimi falsetti. Ecco la chitarra elettrica, che si affianca all’acustica fino ad invadere tutto il campo insieme alla batteria, per un secondo ritornello da brividi; anche qui un ottimo testo, ma manca un assolo ben piazzato, al posto del quale c’è… ma cos’è? Una tastiera? Un effetto per chitarra? Non lo so, forse uno degli uomini in studio si è addormentato sugli impianti del mixaggio… non a tutti piacciono le ballad, eh!

Voto: 9/10

Seven Years Gone: L’APICE di questo Aftermath of the Lowdown. Una ballad più possente fin dall’inizio, il cui registro vocale è il più alto del disco e indubbiamente il più sentito, e dato che già gli altri pezzi sono molto “personali”, questa traccia acquista un valore aggiunto. Piano in apertura, acustica e voce nelle strofe, fino all’esplosione del ritornello: acuti alti ma ben calibrati, grazie ad un ottimo controllo vocale; tutto ripetuto, fino a… al bridge, e che bridge, ragazzi! Da ballad a sfilata hard rock in due secondi, grazie a questo ponte che introduce nuovamente un ritornello prima del grande, possente, elettrizzante assolo finale, la cui chiusura serrata termina la migliore song del disco, e forse la migliore che Richie abbia mai scritto, soprattutto a causa dei molti elementi che l’hanno ispirata, e che sono successi appunto negli ultmi sette anni. Perfetta, nel testo e negli arrangiamenti.

Voto: 10/10

Learning How to Fly With a Broken Wing: finalmente più cazzuto, finalmente più heavy! Riff e assoli al fulmicotone, acuti belli urlati e tutto sa un po’ di jam in questa nona canzone, dove tutto diventa tamarro e al tempo stesso resta su livelli alti senza scadere nel banale. Strofe originali, ottima l’idea di usare il bridge due volte, ma in maniera differente. Ottimo anche il testo!

Voto: 9/10

You Can Only Get so High: ahh, che sogno. Leggero come una piuma a dirsi, ma più pesante di quanto si possa pensare è il fardello portato da Sambora in questa penultima traccia, dove racconta con metafore e poesia la natura dei suoi problemi – fortunatamente risolti – con l’alcool. Gettandomi poi nei suoi panni “grazie” alle medesime disavventure che anch’io ho avuto modo di vivere, ho capito l’umiltà e al tempo stesso la sicurezza con cui questo grande artista racconta la sua vita recente, in questa ballad ora solare, ora struggente. Stupenda.

Voto: 9,5/10

World: ultima traccia che strizza un po’ l’occhio ai Beatles, è una piccola perla in acustica, come lo fu Harlem Rain, il cui sincero e dolce testo racconta un dialogo tra l’uomo e il pianeta che sta distruggendo: la Terra. Molto bella, ottima come chiusura.

Voto: 8/10

Backseat driver: come molti dei fan bonjoviani sapranno, Jon Bon Jovi ha sempre avuto il brutto vizio di relegare alcuni grandi pezzi a semplici bonus track, e ciò è accaduto in molti degli album della band – Have a Nice Day, Keep the Faith, Crush. Tale Jon, tale Richie! Questa dodicesima traccia, relegata a bonus track, presenta un accordo singolo in apertura, ripetuto fino all’esplosione delle strofe, dove la voce è probabilmente effettata per una resa più “aggressiva”; il ritornello è molto orecchiabile e abbiamo due assoli, uno melodico e funzionale a metà song, e l’altro in chiusura, dove tutto accelera ed esplode. Peccato, è un bel pezzo!

Voto: 8/10

La prova tangibile che Aftermath of the Lowdown non è solamente un lavoro del chitarrista dei Bon Jovi, ma di un musicista maturo e completo, finalmente libero di esprimere il suo amore per la vita, viene fuori da ogni singolo pezzo, da ogni singola rima, da ogni acuto e da ogni nota della chitarra: già con Undiscovered Soul, composto all’apice del successo dei Bon Jovi, Sambora aveva iniziato quel processo che prima o poi ogni uomo deve affrontare: scavare in profondità nella propria anima per comprenderla finalmente a fondo. Il risultato, forse troppo ottimista, si poteva riassumere nello spensierato ritornello della opener: “And I was alright”.

Il conto salatissimo di anni di fama, ricchezze ed eccessi si è però presentato inesorabilmente nel 2006, quando Richie si è trovato ad affrontare un divorzio molto doloroso – con una figlia adolescente di mezzo – e l’inaspettata scomparsa del padre, sconfitto da un tumore: affogando i pensieri nell’alcool, incapace di comprendere quanto rapidamente la cosa lo stesse divorando, Sambora è arrivato ad un passo dal fondo, rinunciando anche all’imminente The Circle Tour dei Jovi nel 2011.
Con coraggio ed umiltà, ha però chiuso la porta dietro di sé, indagando nel profondo del proprio cuore per arrivare a comprendere pienamente l’essenza stessa della vita: l’amore, quello per la musica, per sua figlia, per i suoi amici. Insomma, quello ognuno di noi dovrebbe valorizzare di più.

E’ in questa chiave che dev’essere letto questo disco: una rinascita spirituale e fisica di un uomo che, nonostante il successo, non ha avuto vita facile, ma che ora, con una nuova coscienza dei propri limiti e di quelli ancora da raggiungere, ha scritto e registrato undici canzoni sincere e “pure”, un mix di pop, rock, blues e country, il tutto condito con alcuni classici licks del proprio repertorio: un album per sé stesso, prima che per gli altri. E da musicista con gli stessi trascorsi, posso capirlo perfettamente.

Ma non lasciatevi ingannare, Aftermath of the Lowdown non è un disco leggero, né facile da capire: ad ogni nuovo ascolto emergono elementi nuovi, sfumature profonde come le cicatrici nel cuore di Richie, che permettono ai pezzi più struggenti di penetrare nell’animo dell’ascoltatore e di restarci a lungo.


Tracklist:
01. Burn The Candle Down
02. Every Road Leads Home To You
03. Taking A Chance On The Wind
04. Nowadays
05. Weathering The Storm
06. Sugar Daddy
07. I’ll Always Walk Beside You
08. Seven Years Gone
09. Learning How To Fly With A Broken Wing
10. You Can Only Get So High
11. World
12. Backseat Driver (bonus track)

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Anno: 2012
Etichetta: Dangerbird Records
Voto: 8.5/10


Di Riccardo Quirini

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